31.5.17

La verità, vi spiego, sull’amore (Enrica Tesio)

Nessuno pensa nel proprio profondo di essere brutto e in un certo senso è vero, il segreto è trovare il proprio pubblico, per quanto di nicchia sia.
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«Per i nipoti è un amore davvero puro, non te ne frega più niente della carriera, del sesso, del passato, non ti importa niente nemmeno del futuro. È tutto compresso nel presente. Non hai l’ansia di educare, a educare ci siete voi genitori.» «A sbagliare, vorrai dire.»
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Micol di notte cresce come il grano, ogni sogno un millimetro e ogni millimetro è un piccolo distacco.
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Non so perché ma io mi preoccupo per te. Il fatto che io mi preoccupi per te senza che tu me la dia, vuol dire che o è vero amore o è vera amicizia. E dal momento che non hai le tette è per forza vera amicizia.
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«Per te com’è?» «Essere madre?» «Sì.» «Come tutti gli amori grandi: ti spezza le ossa.»
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Una madre è una mamma che è cresciuta. Spesso, non sempre, una madre è la mamma di una mamma.
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Credo davvero che l’amore capiti, ma il disamore no, il disamore non è un incidente, è mancanza di volontà, è sciatteria”.
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Da quando lo conosci sbagli con determinazione, sbagli sapendo di sbagliare, sei la Signorina in forma sbagliante.
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Ricordo di aver letto da qualche parte un racconto sul Giappone dove si spiegava che agli anziani, dopo un’esistenza di rigore e regole, è concessa la libertà, così diventano spiriti pazzerelli, rispettati e tollerati per le loro stravaganti abitudini.
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Così è la maternità: un ridere nel pianto.
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Conosco bene anche il postulato della riflessione della luce secondo il quale un corpo femminile si specchia per caso in una vetrina solo quando è assolutamente inguardabile.
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A quella giusta/quello giusto piacerai grasso o magro, pelato o capellone. Nonostante questo cercherai sempre e comunque di piacere a tutte le altre persone sbagliate.

Amori e disamori di Nathaniel P. (Adelle Waldman)

Ogni volta che la vedeva, la bellezza di Elisa lo colpiva nuovamente, come se nel frattempo il ricordo del suo vero aspetto fosse stato distorto dalla tortura interiore che lei evocava in lui da quando si erano lasciati: nella sua mente assumeva i tratti di una creatura abietta.
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– Facciamo fare ad altri cose per cui moralmente ci sentiremmo di avere la pelle troppo delicata, – disse Nate, con aria più convinta. – Avere una coscienza è il lusso più grande, oggi.
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Ma non pensare era un modo per darsi il permesso di fare lo stronzo.
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Nate osservò che i ricchi amavano avere ospiti brillanti, creativi. Avevano bisogno di un pubblico abbastanza raffinato da apprezzare appieno tutto ciò che possedevano.
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Quell’invito non lo entusiasmava. Hannah gli aveva descritto Susan come il tipo di persona che vede la vita come una sfilza di ingiustizie perpetrate a suo danno dallo stronzo di turno. Se mettevi in dubbio la sua versione dei fatti, lo stronzo di turno eri tu. Sembrava proprio incantevole.
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Da single, i fine settimana ti si spalancano di fronte come paesaggi sconfinati; in coppia somigliano al cielo di Manhattan: trafitti, inquadrati, compressi.
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Quando stava con Elisa aveva appreso che il disprezzo era estremamente compatibile col desiderio. La rabbia, persino il disgusto e le vampate d’odio, erano approssimazioni della passione sessuale abbastanza precise da fare sí che il risultato fosse virtualmente lo stesso. Il senso di colpa, invece, era un’emozione molto poco sexy.
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L’amore, la morale non servono a niente. Bisogna fare leva sulla vanità… –
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si era sentito in colpa, ma era conscio che ciò che Kristen non sapeva non poteva ferirla; e questo rendeva il tutto molto piú facile da sopportare rispetto a una trasgressione di minor peso,
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Aurit aveva sostenuto che quando chi è in posizione di forza in una relazione non accetta di prendere in considerazione l’infelicità dell’altro, solo perché nessuno lo costringe a farlo, be’, quella è la mossa da stronzo per antonomasia:
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Nate comprese che gli sarebbe toccato il ruolo di contraltare comico al loro stile di vita virtuoso e comunitario: i suoi problemi, la sua infelicità, sarebbero serviti a riaffermare la rettitudine delle loro scelte.
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Di norma agli uomini serve una ragione per chiudere una storia, mentre alle donne ne serve una per farla andare avanti

19.5.17

Cara maestra

Un figlio, specie alla prima esperienza, ha la particolare capacità d’imparare tantissimo e al contempo di riuscire a insegnare altrettanto ai propri genitori, esattamente quando questi credevano di saperne già abbastanza.
Ester ci ha insegnato il significato delle parole: paura, scoperta, meraviglia.
La paura può avere infinite sfumature. Una volta si chiama raffreddore, un’altra tosse. La paura più brutta porta il nome di otite con febbrone da cavallo. Ma se proprio vogliamo essere precisi, in cima alla piramide della paura ci mettiamo la temibile gastroenterite. Ogni volta una discesa in quello che può sembrare un abisso, ogni volta una spinta a risalire un po’ di più sulla superficie. Si chiama crescere e farsi forti. E allora fuori i dentini, un centimetro di carne e ossa dietro l’altro a diventare più alti un poco alla volta. La piccola Ester ha iniziato da prima a gattonare, poi a tirarsi in piedi e a tenersi in equilibrio. Proprio come fa un fiore dal suo seme, ma poi lei ha camminato alla fine, e il fiore se l’ha lasciato alle spalle. E chi la ferma ora? Ester ci ha imparato a dare i nomi alle paure e queste hanno perso il loro potere. 
Ester va alla scoperta del mondo che la circonda. Ester cammina sicura, non vuole la mano, e solo quando il gradino è troppo alto ti fa un cenno per l’aiuto. Ester vuole fare tutto da sola; ha capito dove si trova il parchetto con l’altalena e lì ti ci vuole portare. Ester sembra un koala a volte, si aggrappa come una tenaglia alla vita perché vuole vedere com’è la vista da lassù. 
Ester piange lacrimoni grossi come noci. Ester che prova a parlare: lei si chiama “Etteee”, ti ringrazia con “Attieee”, e tutti sono “Bau”, anche i cip cip e miao. Ester ride come una pazza e recita la sua buffa commedia dal seggiolone. Ester che mangia anguria a quattro bocche, e per la gioia si spalma la pappa sui capelli e su di te. Ester è il nostro piccolo prodigio; si annoia in fretta e vuole la compagnia dei grandi ma anche dei piccini come lei. A Ester non importa essere una puffetta, corre a rubare il pallone ai dadi alti il doppio. Ester insegna che la meraviglia esiste per tutti, basta cambiare gli occhi. 
Si torna tutti più piccoli e il mondo diventa bello.

31.3.17

Il regalo dell'alchemico

L’alchemico quel giorno si svegliò con un pensiero: avrebbe preparato qualcosa di notevole, qualcosa di molto importante. Quello che avrebbe fatto sarebbe stato ricordato per i tanti anni a seguire, in giro si sarebbe parlato solo di lui e la celebrità sarebbe diventata un problema. Tutti avrebbero desiderato quell'estratto, sulla cui formula ci aveva passato notti insonni; nel suo laboratorio - tra vetri, tubi e alambicchi – aveva provato un’infinità di volte prima di giungere alla formula perfetta. Passò anni a recuperare tutto il necessario, e oggi avrebbe condensato tutto e lo avrebbe conservato in una piccola boccetta: questo sarebbe stato il regalo perfetto. 
Tempo addietro, prevedendo quello che inevitabilmente sarebbe successo, ebbe un’illuminazione. Si immaginò due persone che avrebbero passato tanto tempo assieme, avrebbero condiviso un mucchio di risate ma altrettante lacrime, a volte di gioia, altre di rabbia e nervoso. La vita ci avrebbe messo lo zampino, a entrambe avrebbe dato sì esperienze comuni, ma per la maggior parte a ognuna avrebbe destinato un sacrificio differente, altre amicizie, altri panorami.
Convinto che fosse la vita stessa a mettere a prova i rapporti, come una lunghissima gara a ostacoli, giunse alla conclusione che solamente la volontà degli individui avrebbe costruito o distrutto quello che in anni si sarebbe succeduto. Capì che era impossibile creare la volontà in laboratorio, che non c’era nessuna ghiandola del corpo depositaria di questa funzione. Allora fece l’unica cosa in suo potere: condensare i ricordi.
Innanzi tutto, nel siero dei ricordi, avrebbe messo il primo giorno di lavoro di quasi 11 anni addietro. Il 2 ottobre 2006, in una giornata autunnale ancora calda ma nuvolosa, entrambe si sarebbero conosciute nello spogliatoio, il quale sarebbe rimasto immutato negli anni, solo con i muri progressivamente più scuri e ingialliti. Senza reticenza si sarebbero dette che entrambe erano lì come raccomandate, da lì sarebbe iniziata la loro avventura lavorativa insieme. Quella sera una sarebbe andata a casa entusiasta, l’altra avrebbe pianto tutte le sue lacrime - seduta sulla tazza del bagno - a domandarsi chi gliel'aveva fatto fare di molare tutto quello che conosceva per andare altrove nell'ignoto. La giovane, ancora ventiduenne, avrebbe fatto da mamma a quella più grande, ma più bisognosa di affetto e attenzione. Avrebbero passato ore e ore a sporcarsi in laboratorio, a respirare vapori e polveri. Avrebbero festeggiato i compleanni e addii al nubilato e matrimoni. Avrebbero litigato, pianto e poi fatto pace, avrebbero urlato la rabbia come pazze chiuse in macchina. Avrebbero fatto anche un mare di sciocchezze, ma avrebbero visto anche le loro pance crescere e mettere al mondo due bimbe bellissime. 
Avrebbero fatto tutto questo.
L’alchemico, che negli anni mise da parte un pezzo di ciascuno di questi ricordi, li avrebbe fusi insieme, invocato la volontà di fare andare le cose, e scaldato il tutto con l’amore e l’affetto della sorellanza non per forza di sangue.
I vapori dei ricordi sarebbero saliti alla mente, e lentamente sarebbero condensati sulle pareti della vetreria. Un caldo olio e molto denso sarebbe caduto goccia a goccia nella boccetta. L’alchemico lo avrebbe sigillato, e finalmente si sarebbe sentito soddisfatto di ciò che era stato in grado di fare: sarebbe riuscito a mettere insieme due vite sparse per il mondo, facendone una più grande e ricca.

21.3.17

Nessuno più

Siamo sempre più tecnologici, sempre più connessi, condivisi, visti, pesati e trovati mancanti. 
Siamo sempre più egocentrici, sempre più soli, con la colite, con la gastrite, con l'emicrania.
La gente si spoglia, ammicca, tira o baci a un telefono o la pancia indentro. 
La gente si spoglia ma non scopre i nervi. 

Nessuno più si prende la briga di prendere carta e penna e di scrivere una lettera.
Inchiostro su carta.
Nessuno più si prende il disturbo di uscire con il chiaro intento di affrancare una lettera e inviarla.
Nessuno più ha la pazienza di aspettare il postino passare.

Io che ho la stanchezza cucita alla pelle da mesi, che mi basta solo un'altra insicurezza per essere perfetta.
Io che correggo la biografia di mia suocera e a volte mi commuovo, noi che per anni ci siamo sopportate così così.
Io che sto diventando sempre più asociale, che magari mi sono solo rotta le palle e ora non lo nascondo più.
Io che di amici ne ho forse un paio, che ci sto male male quando la vita me li allontana.
Io che la famiglia di sangue l'ho persa per strada, che la mia me la sono creata dove sto con ciò che ho trovato come un piccolo miracolo.
Io che nella buca della posta trovo una lettera, che mi sbalordisco come non mai e che piango come un vitello.
Io che mi chiedo come sia un pianto di vitello e non mi voglio dare una risposta.
Io che ho tanti difetti ma so fare due cose: una è chiedere scusa, l'altra dire grazie.
Grazie, Andrea.