30.5.18

Stagno

Sto digitalizzando le foto stampate, per capirci quelle prima dell'arrivo di macchinette e cellularetti che fanno tutto tranne che telefonare ormai. A parte la grandissima rottura di passare allo scanner foto per foto, perchè 1 su 2 si inceppa, poi ognuna va ritagliata, e dato che ci sei non vuoi raddrizzare gli orizzonti, non vuoi regolare un po' i colori che o sono sbiaditi o bruciati? Insomma, un gran lavoro. Catalogare anno per anno, capire quando è stato immortalato il momento dalla statura di noi bambini o dal numero di candeline. Ne è venuto fuori che un sacco di ricordi erano sepolti sotto la polvere del tempo e della routine quotidiana, ma soprattutto, che da adolescente ero un cesso imperiale. Un periodo che cancellerei in toto. Che mia figlia mi assomiglia tanto, e ciò fa presegire come crescerà. Spero di no, spero di sì. Spero comunque di esserle vicino per consigliarla meglio sull'abbigliamento e sul taglio di capelli almeno. 
Che mia mamma ci ha fatto un gran favore scattando tutti quei rullini, altri non hanno avuto questa fortuna. Ora ho la paranoia che il mio hard disk possa fottermi i ricordi come quello precedente, che del mio viaggio di nozze rimangono due scatti sparuti pubblicati su facebook.

A proposito dell'adolescenza, su Netflix hanno messo "The kissing booth". Filmino facile facile, adolescenziale, dei primi baci e delle prime scoperte. Credo di essermi rincretinita come una quindicenne, oppure sono gli ormoni della gravidanza che mi fanno sballare alla vista di un marcantonio come Jacob Elordi. Yummy Yummy, googlate. Film totalmente stupidotto, al punto tale che mi sto leggendo il libro da cui è stato tratto - pure in inglese - che, oh, non c'entra quasi una ceppa con il film. Diommio, sono ciapata come alla lettura di un Harmony.

Domani, 31 maggio, festeggio le nozze di stagno. Sono già trascorsi D.I.E.C.I. anni. Dieci anni di ogni cosa possibile. Credevo che la parte più significativa fosse il primo ventennio di vita, quello pieno zeppo di cambiamenti. Probabilmente sto arrivando alla parabola discendente, però intanto posso dire che di anni me ne sento 60 sulle spalle. In questi 10 anni abbiamo viaggiato tantissimo, praticato altrettanto sport. Chilometri e chilometri a piedi, con dolori, vesciche, mal di gambe e di schiena. C'è stato anche lo scazzo in mezzo, non credete che sia stato tutto facile, ma ci sono stati famiglia e amici. La famiglia è logorata dagli acciacchi ma c'è ancora. Grazie, Dio! Gli amici, eh, quelli vanno e vengono: qualcuno è rimasto, qualcun'altro mi manca ancora, gli altri felice di averli fuori dalle scatole.
Poi ci siamo noi che da due stiamo cercando di raddoppiare. Il piccolo si fa sentire in pancia. Certo, non sto vivendo la gravidanza più tanquilla della mia vita. Perché se da una parte ci sono i dolorini che mi accompagnano, dall'altra c'è l'ambiente lavorativo meno rilassato di sempre. Sarà sempre colpa degli OMONI, ma una donna incinta, per di più al secondo giro, è considerata peggio della peste, pare. C'è ancora tanto da fare, tanto da capire e realizzare in questa società. Sono già fortunata di poter vivere una quotidianità normale nonostante sia alla 19° settimana. Quello che fa star male, come in ogni realtà sono le cattiverie dei colleghi. Anzi, delle colleghe. A queste, dedico tutto il mio risentimento per le scorrettezze che quotidianamente butto giù, evitando discussioni che mi farebbero stare solo peggio. Tra le due parti cerco di essere quella con il buon senso per entrambe. A queste persone non se augurare di vivere la mia stessa situazione o, ancora peggio, di non viverla affatto. Non viverla significherebbe che la vita ti ha, giustamente o meno (al karma ci credo, alla fine), privato di tanto. 
Allora tutti ricordiamoci delle fortune che abbiamo, perderle è un attimo, rimpiangerle è per sempre.
 (Jacob Elordi. Sweet mercy!)

16.5.18

Un porto sicuro

Cara Ester, 
siamo arrivati alla terza festa della mamma insieme. Tu non le ricorderai quasi sicuramente, perciò sarò io la tua memoria, sarò io che ti racconterò i primi episodi della tua vita, anche se con il mio punto di vista. 
Devi sapere che la tua mamma, appena ne ha avuto la possibilità, ha iniziato a viaggiare. Come un ciliegia che tira l’altra, visitavo posti sparsi per il mondo. Poi sei arrivata tu, ma ci ho messo un po’ a capire che la dimensione del viaggio era mutata. Di questo continuo andare a scoprire sono cambiate l’altezza e la distanza. Che parolone grosse ti dice la mamma! 
Il mio mondo ora arriva dove la tua testolina accarezza la mia gamba, e la distanza è quella che mi fai fare tu con il tuo passo sempre più svelto e sicuro. Il mio mondo non ha più lo stesso orologio di una volta, mi hai portato a vivere nel tuo fuso orario: nel regno dei sacri e benedetti riposini, nel paese della continua scoperta e della meraviglia per le cose più semplici. (Meraviglia, che, ti confesso, avevo perso del tutto). Adesso insieme viviamo un tempo in cui tutto quello che fai è abbracciato stretto ai tuoi grandi sorrisi, alle risate matte e, anche sì, ai pianti a dirotto. 
Piccolina, la tua mamma ha infiniti ricordi di te da quando sei arrivata, ma tutto è un bell’impasto. Scegliere un momento è tanto difficile quanto sarebbe un torto preferirne uno, ma della totalità di questi vorrei che tu potessi conservare lo stupore, come della prima volta che hai mosso le gambe in acqua, o dei primi passi senza la mia mano, o del primo giro in trenino. Insomma, quel brivido che ti attraversa lo sguardo, quello unico e tipico della scoperta. 
Caro il mio piccolo immenso tesoro, l’augurio più grande che io ti possa fare è quello di rimanere curiosa. Scopri il mondo, con la tua altezza e la tua distanza. Io sarò sempre lì per te, come un porto sicuro. 
La tua mamma

16.4.18

Che Dio ce lo mandi buono


Quando rimasi incinta di Ester, la prima reazione fu di sorpresa, poi di smarrimento e poi di terrore. Quelle dieci lune alla fine servirono non solo a far crescere la creatura, ma anche a prendere coscienza di quello che stava accadendo, dell’inevitabile cambiamento del tutto, in primis delle abitudini. Ecco, proprio le abitudini saranno quelle che faranno più fatica a essere digerite. In più, quando viene al mondo, e sarebbe il momento in cui avresti più bisogno di riposare, è lì invece che devi darti più da fare. Ma in fondo il corpo e la mente sono fonti inesauribili di energia. Si fa, si va avanti.
Quando rimasi incinta di Ester, la prima reazione da genitore fu di immediata protezione da quello che per me all’epoca era la minaccia più grande: la rete. Quindi non ne parlai finché non venne al mondo, per il resto decisi di mettere al corrente i conoscenti, ma solamente di persona. Tanti quindi lo scoprirono quando la pancia era già bella che evidente.
Le reazioni furono le seguenti:
1) Gioia autentica. Meno dell’1%.
2) Ah, che bello (tono flebile, pronunciato con sguardo smarrito e perso nel vuoto). A cui seguirono i seguenti sottopensieri:
A) Un’altra che se va, rimarrò solo io senza figli e compagno e mi dovrò rassegnare a fare la gattara.
B) Ecco un’altra che parlerà solo di latte, coliche e pannolini smerdati. Che due coioni.
3) Lo sai che dopo che l’hai tirato fuori hai aperto la via e poi non ci sta più niente? (aka it's like throwing the salami in the corridor).
4) "Goditela finché puoi"; seguito da: "Goditela finché non cammina".
5) Ormai ci avevamo rinunciato, pensavamo di doverlo fare noi per voi (mia mamma).
6) Poi non fare passare troppo tempo per il secondo, non vorrai mica lasciarlo solo?

E sul sesto punto si apre tutto un altro discorso.
Oramai Ester si avvicina a una stagionatura di 28 mesi, dopo "appena" 18 mesi dal parto il mio fisico è tornato a posto; per cui il mio agente (mia mamma) ha diramato un comunicato ufficiale tramite l’addetto stampa (la mia parrucchiera) che sì, sono incinta. Quindi Kate scansate, Ferragni fatti più in là: arriva il secondo figlio della Uirta. 
Grazie alla mia parrucchiera, interpellata in maniera riservata per sapere se avesse tinture per capelli adatte alle gestanti, l’informazione si è spreaddata in men che non si dica, la notizia si è rimbalzata sulle bocche più ciarliere, e quindi tanto vale che ve lo dica io, a voi pochi che ancora non lo sapete e fottesega ancora di più.
Quello che non sapete ancora tutti è che stavolta è maschio. Tié.

Anche al secondo annuncio ci sono state delle reazioni, alcune inaspettate. Pur essendo fortemente voluto, la mia prima reazione è stata di pianto e di desiderio di fuga poi, seguito da un “ma non è possibile, così in fretta?”. C'è stato anche il momento dei desideri, in rigoroso ordine: 1) fa che sia uno, 2) fa che sia sano, 3) fa che sia femmina (almeno ho il corredo già pronto all’uso). 
Sul primo punto è andata bene personalmente: è uno, quindi il terrore gemelli è stato eliminato alla prima ecografia. Sul secondo ci stiamo lavorando, con una dieta sana, movimento adeguato per una donna ostetricamente anziana (così disse il mio vecchio ginecologo, ora in pensione). Comunque una figlia in costante terrible two non facilita le cose, arginare lo stress è un continuo esercizio zen. 
Il terzo punto invece è un capitolo a parte. Chi ha avuto sia maschio che femmina afferma che sia un’esperienza meravigliosa, due mondi completamente differenti e complementari, per me un’avventura completamente nuova, salvo il fatto che ormai ho capito come si cambia un pannolino e si veste un neonato. Quindi grossomodo non penso a stravolgimenti sul piano pratico.
Ma parliamo delle reazioni della gente, queste sono uno spasso:
1) Gioia autentica. Meno dell’1%.
2) Ah, che bello (tono flebile, pronunciato con sguardo smarrito e perso nel vuoto). A cui seguono i sottopensieri:
A) Io non ho ancora fatto il primo e questa è ancora incinta. Rimarrò solo io senza figli, ma al gattile c’è un cucciolo che è troooppo tenero.
B) Bon, persa del tutto, encefalogramma piatto - piiiiiiiiiiiiiiiiii. Che due coioni.
C) Ah, io non lo voglio il secondo, conosco troppi casi di fratelli che si sono mandati affanculo, poi adesso che ho ricominciato a dormire, chi c'ha voglia? (eh, pensa io invece, i salti alti così!)
3) Oh, il secondo farai ancora prima a farlo. Attenta che ti scappa in casa se non stai attenta.
4) Goditela finché puoi, quando ne hai uno solo è più facile, e dal secondo che sono volatili per diabetici.
5) Era ora, così crescono insieme, altrimenti passa troppo tempo e i fratelli non si cagano tra di loro (in effetti tra me e mio fratello ci sono più di dieci anni ed è verissimo).
6) Speriamo non sia maschio. I maschi sono tremendi, spaccano tutto e ti pestano (ammazza, che futuro di merda mi aspetta allora).
7) Chi era scappato prima, è fuggito ancora più lontano ora.
8) Chi ha comunque un figlio ti deve sempre insegnare tutto lo stesso, dagli esami clinici da sostenere, da come allattare, a come accudire un figlio. Ehilaaaa, ci sono passata già, e nemmeno troppo tempo fa. A meno che la demenza senile non abbia preso il sopravvento le basi le ho già apprese. Maestri di vita? Fuori dalle palle, grazie.
9) Reazioni dei colleghi:
A) Ancora? (no, è un’altra gravidanza, non è la stessa di tre anni fa).
B) Ah per fortuna, pensavo ti volessi licenziare (best reaction ever).
C) Finto pianto commosso (con sottopensiero evvai, adesso mi allargo e vedono chi comanda quando questa va in maternità).

Se il primo figlio è un salto nel vuoto, con il secondo è proprio stamparsi contro un muro ad alta velocità. Se con il primo sei coraggioso, dal secondo è eroismo. Per quanto riguarda il futuro ho già le mie apprensioni. Le mie paure sono diventate in parte già ansia, che tra l’altro non ti molla mai da quando diventi genitore. Il dubbio più grande è sicuramente se ce la farò, ma diventerà un ce la faremo imperativo, dato che il papà è un grande su tantissimi fronti. Dovremo rimboccarci le maniche i primi anni, lo so già, e cammineremo a testa bassa finché la salita non diventerà discesa.
Per il resto, che Dio ce lo mandi buono.

12.4.18

Mi vivi dentro (Alessandro Milan)



Però promettimi anche tu una cosa». «Quello che vuoi». «State vicini. E cerca di donarle tutti i sorrisi che puoi, tutti quelli che si riescono a rubare ai pensieri più brutti».


La morte e l’irreversibilità che ne deriva agisce così, su chi rimane. Crea un senso di colpa postumo tremendo, perché pensi a tutte le parole sbagliate che hai detto, ai gesti che non dovevi fare e che ora vorresti cancellare, ai litigi per stupide questioni che vorresti dimenticare, a tutti quegli istanti che avresti potuto passare con la persona che amavi e che invece hai dedicato ad attività stupide: una partita a tennis, un cinema con i colleghi, una passeggiata da solo.


Sono al bar dell’ospedale quando chiamo la psicologa di Angelica. E imparo una lezione di vita che non scorderò mai più. «Pronto, signor Milan?». «Buongiorno dottoressa». «Come sta?». «Insomma, diciamo che siamo in attesa. Ho bisogno di un suo parere». Le racconto tutto. Farlo mi dà già un minimo sollievo. Mi sento meno solo. «Vede, gli adulti pensano di proteggere i bambini nascondendo loro le cose. Ma è un errore, mi creda». «È quello che pensavo anche io. Però volevo sentirlo da lei». «Io le dico: li porti in ospedale. Faccia in modo che possano salutare la mamma. Sempre che Francesca non stia troppo male, sempre che sia cosciente». «Sì sì, lo è, ma chissà per quanto». «Allora lo faccia subito. Lo chieda prima a sua moglie, ovviamente, e se non vuole cerchi di convincerla con una scusa. È importante che i bambini la vedano, anche un’ultima volta. Soprattutto se, come mi ha detto, quando l’hanno salutata lei era arrabbiata con loro». «Ok» rispondo cercando di ricominciare a respirare. «I bambini affrontano la morte come una delle componenti naturali della vita, più di noi adulti. Meglio di noi. Sono molto resilienti». «Non voglio mentire ai miei figli» confermo più che convinto. «Mai farlo. Essere onesti è il primo ingrediente per tenere unita la famiglia».


Perché? Perché un pezzettino di quel tumore l’avevo anche io, cazzo. Sì, io e non lei. Basti pensare alla volta in cui stavamo arrivando in ospedale per il suo terzo ciclo di chemio e appena mi ero avvicinato al reparto mi era venuta una nausea terribile, veri e propri conati di vomito. A me! Eppure era lei a dover subire le infusioni di medicinale. Dopo, finito tutto, ne avevamo anche riso insieme, lei aveva scherzato: «Pensa come siamo innamorati, addirittura ti sei fatto venire il mal di stomaco al posto mio». Ma forse, più della nausea, condividevamo un pezzo di tumore. Solo che a lei mangiava il corpo, a me l’anima.

4.4.18

Sucking too hard on your lollipop

Quando passa tanto, tantissimo, tempo dall'ultima volta che avete visto una persona, le conversazioni verteranno inevitabilmente sui ricordi e su cosa sia successo alle conoscenze comuni. Appurato che i cambiamenti reciproci riguardino rughette, qualche chilo in più sulla pancia e sul sedere, di fatto si è rimasti circa identici, sicuramente nei modi di fare. Di quelli non presenti invece saremo interessati alle quattro domande basilari: 1) cosa fa nella vita? 2) si è riprodotto? 3) è ingrassato? 4) ce li ha ancora i capelli?
Se non avete social a cui aggrapparvi ci proverete almeno con Google, e qualcosa di solito si tira fuori per tutti. Avete mai provato a cercare il vostro nome e cognome sul'internè? Altrimenti interrogate in giro, la gente ama sempre parlare degli altri. Nessuno sfugge al pettegolezzo, nemmeno la boccalona™ più incallita che crede di farla franca.
Dato per assodato questo, mettiamo si abbia avuto la fortuna di raggiungere degli obiettivi personali, che potranno spaziare dalla carriera, alla formazione di una famiglia, o dal visitare il mondo in lungo e in largo o al prendersi una bestia in casa. Insomma, tutto quello che la nostra natura ci porta a voler realizzare in quanto differenti dai protozoi. Mettiamo pure che la vita nel frattempo vi abbia messo davanti degli ostacoli, e nemmeno troppo bassi, diciamo più delle staccionate alla olio cuore; nonostante tutto avete provato a scavalcare, accettando più o meno quello che vi si è parato di fronte. Si chiama resilienza, vero? Questi inciampi dovrebbero far maturare la coscienza, mettere nel giusto ordine priorità e valori. Se invece, nonostante tutto questo, siete rimasti ancorati come una cozza al passato, sopratutto agli sgarri ricevuti, più o meno volontari, qualche domandina me la farei. 
Cosa non ho mai accettato di me stesso? Perché non imparo nulla dal passato? Perché non riesco a far scivolare le cose ma tengo ancorato tutto addosso? Cosa me ne viene? Credo davvero di essere così importante per l'universo? O, più semplicemente, non è che fondamentalmente sono solo una personcina molto cattiva e rancorosa?
Meditiamo, miei piccoli sbadigliatori.