8.8.18

Confessioni audaci di un ballerino di liscio (Paola Cereda)

i ricordi sono desideri che cambiano forma mentre si avvicinano

ciò che passa non per forza finisce.

Ero così attaccato alle regole che io stesso mi dettavo da non riuscire a godermi gli sbagli

Lui ha vissuto la grande epoca del ballo di coppia e sarebbe addolorato nel vedere che adesso il liscio è considerato roba da vecchi. I giovani di oggi ballano il tango argentino senza sapere che, negli anni Quaranta, anche a Buenos Aires il tango era roba da vecchi. Un giorno, forse avranno abbastanza cervello da capire che quello che ci appartiene, ci assomiglia.

La delusione prende forme particolari a seconda del viso che incontra. Sulla faccia degli sfrontati diventa una smorfia o un sorriso maligno, che nasconde male il desiderio di restituire il torto. Nei timidi è un frutto duro di polpa e marcio di buccia,

C’è un gusto particolare che muove l’essere umano nel ferire una persona già stanca, e che prende la forma di parole capaci di offendere

i giorni utili all’esistenza sono quelli che ci sforziamo di dimenticare

Ci sono gesti, storie, dubbi, assenze, presenze, vuoti, momenti che esistono indipendentemente da noi, e che sono lì e ci sono sempre stati anche se non li abbiamo mai visti, per incapacità, cattiva volontà o per semplificarci il presente.

Tu confondi l’allegria con la felicità. Tutti i giorni fai l’allegro per non dire a te stesso che, in fondo, non riesci a essere contento

Lasciarti andare sarebbe stato un modo meraviglioso di proteggerti.

Provare meraviglia davanti a un cielo, a un paesaggio, a un altro essere umano, fa venire voglia di restare.

Siamo nati per sentirci necessari – necessari per un altro essere umano, per un lavoro o un ideale.

Ci sono persone che abbiamo sfiorato e che non sappiamo di avere trasformato.

Ognuno di noi dovrebbe accumulare fotogrammi necessari alla sopravvivenza, scatti che restano nella mente come scorte di piacere che fanno dell’esistenza un passaggio straordinario, nonostante il dolore e i nostri corpi destinati a marcire.

Tutti abbiamo un odore che racconta chi siamo diventati e chi vorremmo essere.

L’hai amata?» domandai ad Alcide. «Mai», rispose, «ce l’ho soltanto avuta in testa.» E aveva ragione. A volte una persona ci occupa i pensieri e se ne sta lì, attaccata al quotidiano, per farcelo perdere di vista.

Ci sono persone che attraversano la nostra esistenza con lo scopo di lasciare un segno, e i segni precedono gli incroci per indicare la direzione giusta ai desideri.

24.6.18

E pensiamoci. E ricordami.

“Non ho smesso di pensarti, vorrei tanto dirtelo. Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare, che mi manchi e che ti penso. Ma non ti cerco. Non ti scrivo neppure ciao. Non so come stai. E mi manca saperlo”. “Hai progetti? Hai sorriso oggi? Cos’hai sognato? Esci? Dove vai? Hai dei sogni? Hai mangiato?”. “Mi piacerebbe riuscire a cercarti . Ma non ne ho la forza. E neanche tu ne hai. Ed allora restiamo ad aspettarci invano”. “E pensiamoci. E ricordami. E ricordati che ti penso, che non lo sai ma ti vivo ogni giorno, che scrivo di te. E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse. Ed io ti penso ma non ti cerco”.”
Charles Bukowski 

21.6.18

Il mare dove non si tocca (Fabio Genovesi)



Poi la giornata è finita ed è arrivata la notte, e nella mia famiglia la notte non porta mai consiglio. Anzi, peggiora le cose.

«Come mai non la provi, hai paura? Guarda che la paura è la nostra unica nemica, sai. È peggio dei mostri la paura, è peggio dei serpenti. Perché quelli ti ammazzano subito, la paura invece non ti fa vivere la vita. E poi non serve a nulla.

La paura è un ragnetto che ti distrae, mentre la vita te lo mette nel culo». 

Perché si sa, da grande sarai quello che ti è successo da piccolo, e se da bimbo piangi troppo poi diventi una persona triste, se leggi troppo diventi antipatico, se passi l’estate da solo a bruciare formiche diventi come minimo un maniaco.

avevo otto anni, e ancora non sapevo nuotare. Cioè, un po’ sì, però male e solo nell’acqua bassa, e quello non è mica nuotare. È come andare in bici con le rotelline, è come essere bello agli occhi di tua mamma. Solo dove non si tocca si nuota davvero.

perché la miglior vendetta è sorridere e dimenticare.

Passi i giorni a ragionare, fai progetti e misuri ogni passo con attenzione, ma tanto poi la vita ti arriva addosso a valanga e ti sbatte dove le pare, in fondo al tuo destino incasinato. È così e lo sappiamo bene, eppure facciamo finta di no, e ogni mattina ci alziamo e ricominciamo il nostro lavoro serio e preciso, come i direttori d’orchestra che salgono sul palco eleganti col leggio e lo spartito e la bacchetta in mano, e quell’espressione fiera e convinta che li rende le persone più antipatiche dell’universo. E insistiamo a dirigere il nostro concerto mentre la vita ci butta addosso tempeste e bufere, tuoni che sfondano i timpani e un vento che ci prende a schiaffi, spazza via i fogli dal leggio e poi pure il leggio, ci straccia la giacca e i pantaloni e ci lascia in mutande. E intanto noi tutti concentrati continuiamo a muovere la nostra bacchetta nell’uragano finché un altro colpo di vento non ce la strappa di mano, e quello dopo finalmente è l’ultimo perché si porta via anche noi e addio.

Però a me non mi ha convinto mai, la sincerità. Non ci vuole nulla a essere sinceri, basta aprire la bocca e buttare fuori tutto lo schifo che hai dentro. Apprezzavo molto di più le persone che invece, prima di darmela, questa famosa sincerità me la aggiustavano un pochino.

La solitudine è così, non devi mica essere solo per sentirla, ti prende anche in mezzo alla folla, perché quando ti senti solo davvero non è che ti mancano tante persone, te ne manca una, ma tanto.

il bello di essere poveri è che lo sei già, e non devi vivere a denti stretti con la paura di diventarci: sei già povero, cento lire in meno non ti cambiano nulla.

nel mondo potrà cambiare tutto ma gli adulti non smetteranno mai di prendere il tempo libero dei figli e riempirlo di cose che non gli piacciono.

Ma se è vero che la speranza è l’ultima a morire, prima o poi il suo turno arriva comunque.

la vita è così, non puoi mai abituarti a una cosa che subito passa, subito diventa qualcos’altro.

a scuola ti dicono che la matematica ti insegna a ragionare e quindi ti aiuterà tantissimo nella vita, però è una scemenza. Anzi, se c’è una cosa che con la vita non c’entra proprio niente è la matematica, e affrontare i mille casini improvvisi del destino usando i suoi ragionamenti rigidi e i suoi schemi generali è come stare in mezzo all’oceano in tempesta e provare a salvarti indossando un bel cappotto di cemento, e insistere con uno stile di nuoto perfetto mentre le onde ti prendono e ti ribaltano e ti frullano via dal mondo.

È proprio vero che nella vita siamo allegri o tristi o emozionati o stanchi o sudati o tutto il resto, ma contenti mai.

Però è troppo facile sapere qual è la cosa giusta, se bastasse questo il mondo sarebbe perfetto e pulito e profumato. Il difficile è farla, la cosa giusta.

Che non sarebbe un problema, ormai sono abituato a essere solo, so bene come ci si sta. Adesso però non è più come prima, perché con me resta la mia cattiveria. L’ho appena conosciuta e mi ha già insegnato come si smette di essere soli e diversi, come si fa a essere uguali agli altri, quanto è facile fare schifo come tutti quanti.

e le domande sono le nemiche numero uno della felicità.

Ma le cose belle sono come quelle brutte, è difficile farsele uscire dalla bocca, così restano a gonfiarti la gola mentre dici solo le cose medie.

«Si chiamava Virna, che è il nome più bello del mondo. È corto e non ruba tempo, ma insieme dice tutto:

le cose importanti della vita non te le può spiegare nessuno, perché sono così semplici che le capisci subito da solo. Il problema però è che non le vuoi capire.

ma il tempo serve a una cosa sola, a tenere il conto mentre tutto, prima o poi, ritorna.

30.5.18

Stagno

Sto digitalizzando le foto stampate, per capirci quelle prima dell'arrivo di macchinette e cellularetti che fanno tutto tranne che telefonare ormai. A parte la grandissima rottura di passare allo scanner foto per foto, perchè 1 su 2 si inceppa, poi ognuna va ritagliata, e dato che ci sei non vuoi raddrizzare gli orizzonti, non vuoi regolare un po' i colori che o sono sbiaditi o bruciati? Insomma, un gran lavoro. Catalogare anno per anno, capire quando è stato immortalato il momento dalla statura di noi bambini o dal numero di candeline. Ne è venuto fuori che un sacco di ricordi erano sepolti sotto la polvere del tempo e della routine quotidiana, ma soprattutto, che da adolescente ero un cesso imperiale. Un periodo che cancellerei in toto. Che mia figlia mi assomiglia tanto, e ciò fa presegire come crescerà. Spero di no, spero di sì. Spero comunque di esserle vicino per consigliarla meglio sull'abbigliamento e sul taglio di capelli almeno. 
Che mia mamma ci ha fatto un gran favore scattando tutti quei rullini, altri non hanno avuto questa fortuna. Ora ho la paranoia che il mio hard disk possa fottermi i ricordi come quello precedente, che del mio viaggio di nozze rimangono due scatti sparuti pubblicati su facebook.

A proposito dell'adolescenza, su Netflix hanno messo "The kissing booth". Filmino facile facile, adolescenziale, dei primi baci e delle prime scoperte. Credo di essermi rincretinita come una quindicenne, oppure sono gli ormoni della gravidanza che mi fanno sballare alla vista di un marcantonio come Jacob Elordi. Yummy Yummy, googlate. Film totalmente stupidotto, al punto tale che mi sto leggendo il libro da cui è stato tratto - pure in inglese - che, oh, non c'entra quasi una ceppa con il film. Diommio, sono ciapata come alla lettura di un Harmony.

Domani, 31 maggio, festeggio le nozze di stagno. Sono già trascorsi D.I.E.C.I. anni. Dieci anni di ogni cosa possibile. Credevo che la parte più significativa fosse il primo ventennio di vita, quello pieno zeppo di cambiamenti. Probabilmente sto arrivando alla parabola discendente, però intanto posso dire che di anni me ne sento 60 sulle spalle. In questi 10 anni abbiamo viaggiato tantissimo, praticato altrettanto sport. Chilometri e chilometri a piedi, con dolori, vesciche, mal di gambe e di schiena. C'è stato anche lo scazzo in mezzo, non credete che sia stato tutto facile, ma ci sono stati famiglia e amici. La famiglia è logorata dagli acciacchi ma c'è ancora. Grazie, Dio! Gli amici, eh, quelli vanno e vengono: qualcuno è rimasto, qualcun'altro mi manca ancora, gli altri felice di averli fuori dalle scatole.
Poi ci siamo noi che da due stiamo cercando di raddoppiare. Il piccolo si fa sentire in pancia. Certo, non sto vivendo la gravidanza più tanquilla della mia vita. Perché se da una parte ci sono i dolorini che mi accompagnano, dall'altra c'è l'ambiente lavorativo meno rilassato di sempre. Sarà sempre colpa degli OMONI, ma una donna incinta, per di più al secondo giro, è considerata peggio della peste, pare. C'è ancora tanto da fare, tanto da capire e realizzare in questa società. Sono già fortunata di poter vivere una quotidianità normale nonostante sia alla 19° settimana. Quello che fa star male, come in ogni realtà sono le cattiverie dei colleghi. Anzi, delle colleghe. A queste, dedico tutto il mio risentimento per le scorrettezze che quotidianamente butto giù, evitando discussioni che mi farebbero stare solo peggio. Tra le due parti cerco di essere quella con il buon senso per entrambe. A queste persone non se augurare di vivere la mia stessa situazione o, ancora peggio, di non viverla affatto. Non viverla significherebbe che la vita ti ha, giustamente o meno (al karma ci credo, alla fine), privato di tanto. 
Allora tutti ricordiamoci delle fortune che abbiamo, perderle è un attimo, rimpiangerle è per sempre.
 (Jacob Elordi. Sweet mercy!)

16.5.18

Un porto sicuro

Cara Ester, 
siamo arrivati alla terza festa della mamma insieme. Tu non le ricorderai quasi sicuramente, perciò sarò io la tua memoria, sarò io che ti racconterò i primi episodi della tua vita, anche se con il mio punto di vista. 
Devi sapere che la tua mamma, appena ne ha avuto la possibilità, ha iniziato a viaggiare. Come un ciliegia che tira l’altra, visitavo posti sparsi per il mondo. Poi sei arrivata tu, ma ci ho messo un po’ a capire che la dimensione del viaggio era mutata. Di questo continuo andare a scoprire sono cambiate l’altezza e la distanza. Che parolone grosse ti dice la mamma! 
Il mio mondo ora arriva dove la tua testolina accarezza la mia gamba, e la distanza è quella che mi fai fare tu con il tuo passo sempre più svelto e sicuro. Il mio mondo non ha più lo stesso orologio di una volta, mi hai portato a vivere nel tuo fuso orario: nel regno dei sacri e benedetti riposini, nel paese della continua scoperta e della meraviglia per le cose più semplici. (Meraviglia, che, ti confesso, avevo perso del tutto). Adesso insieme viviamo un tempo in cui tutto quello che fai è abbracciato stretto ai tuoi grandi sorrisi, alle risate matte e, anche sì, ai pianti a dirotto. 
Piccolina, la tua mamma ha infiniti ricordi di te da quando sei arrivata, ma tutto è un bell’impasto. Scegliere un momento è tanto difficile quanto sarebbe un torto preferirne uno, ma della totalità di questi vorrei che tu potessi conservare lo stupore, come della prima volta che hai mosso le gambe in acqua, o dei primi passi senza la mia mano, o del primo giro in trenino. Insomma, quel brivido che ti attraversa lo sguardo, quello unico e tipico della scoperta. 
Caro il mio piccolo immenso tesoro, l’augurio più grande che io ti possa fare è quello di rimanere curiosa. Scopri il mondo, con la tua altezza e la tua distanza. Io sarò sempre lì per te, come un porto sicuro. 
La tua mamma