30.3.10

Sdrucciolevolezza


Pare che il leitmotiv di oggi sia “prenderci per il culo”.
Ricordiamo la vaudeville di venerdì scorso. Con una tempesta marzolina in atto, nulla a che vedere con la mia personale burrasca ormonale, arrivano in azienda due individui incaricati del ritiro dei rifiuti. Tralasciando il fatto che si siano presentati con una motrice che a confronto Overland fa ‘na pippa, i due signorotti, con i quali una disquisizione filosofica sarebbe stata all’altezza della mia capacità di comprendere un film curdo senza sottotitoli, si sono comportanti in maniera impiccabile. Pardon, impeccabile.
“Dottoressa, ma cosa mi combina? Non vede che qua non ci passiamo?”
Sale una leggera irritazione: “Senta lei, vuoto testicolo gigante, dica al suo commerciale come stanno le cose: ha cannato di brutto, non riesco a fargli capire una fava, possiede un campo visivo di un transpallet. Ah che pazienza!.” Visto e considerato che l’ultima volta che ho contattato il tipo al telefono ho sentito un sottofondo di grugniti di maiale, non ho detto nulla di tutto questo, ma sarebbe stato bello ugualmente. Sorge la domanda: tra i vari smaltimenti si occupano anche di quello di cadaveri? Sara, zitta e non ci pensare, anzi, non pensare e basta!
“Dottoressa, qua noi torniamo con un furgone e faccia il piacere di farci trovare il cancello aperto e un secchio di acqua?”
(“Acqua? Volete anche la biada per i cavalli? Va bene, sarà fatto miei badroni”).
Metti la cuffietta e copriscarpe, indossa il camice, prendi quel secchio dove potresti starci dentro arrotolata comodamente. Entra in produzione seguendo meticolosamente la procedura d’ingresso e vai nella sala lavaggio a riempire l’enorme otre. Orrore! C’è solo un minuscolo rubinetto! Impiegherò un lustro a riempirlo per intero. Maledetti smaltitori, la prossima volta obbligo i colleghi a mangiarsi la mondezza che producono e a bersi i solventi di scarto spacciandoli per spritz.
I due signorotti si ripresentano un’ora più tardi con un mezzo più adeguato. Con la loro pompetta si mettono ad aspirare la cisterna esterna, quella piena dei liquami tossici, in fermentazione da tempo immemorabile, la stessa in cui abbiamo gettato tutti i nostri errori aziendali. Nell’attesa si mettono a scambiare qualche parola con me e il magazziniere. Qui emerge una noncelata avance e un lapsus freudiano del capo signorotto: “Stanno così le cose. Vedendo lei, dottoressa, quello del commerciale non ha capito più nulla. Poi dobbiamo fare noi i conti con i coglioni!”. Imbarazzo.”Ehm scusi, volevo dire clienti!”. Ah ecco, molto meglio ora.
Mentre i due bravi si mettono ad arrotolare i loro tubi mi porto avanti con l’operazione di chiusura del cancello. Occhio Sara, si scivola, vai piano che è tutto bagnato. Cammino con fare da Pantera Rosa, arrivo passeggiando sulle uova, ecco il cancello, dannata pioggia. Ok, ci sono. Cancello chiuso. All’improvviso mi sento urlare dal capo dei bravi “Tu là, guarda che ti si sta chiudendo la porta!”.
Oh santissima miseria! Sono senza cellulare e piove a dirotto. Sara sbrigati e ferma la porta altrimenti rimani chiusa fuori per sempre. Scatto da leopardo, solo un piccolo spiraglio aperto, pochissimi metri, perdo l’equilibrio e ad alta voce: “Maestro, vai col lisssiooooo!!!”. Detto e fatto, scivolata di una lunghezza indefinita su fianco sinistro con camice bianco. Fosse stata una specialità olimpica invernale avrei vinto la medaglia di legno.
Il bravo signorotto se la ride alla grande: “Dottoressa, ti sei fatta male?”
E secondo te? Grosso ganglio inutile che parli intanto al telefono con il tuo auricolare bluetooth, manco fossi un genio della finanza in piena contrattazione a Wall Street.
Ovviamente mi rialzo elegantemente e sfodero il mio sorriso migliore: “Ah nulla, stavo forse meglio prima!”
Mi sento in successione: deficiente, idiota, cretina, dolore alla spalla, il ragionier Fantozzi, di nuovo deficiente, idiota, cretina, la figlia sfigata del ragionier Fantozzi e della Pina, e dolore incommensurabile al culo.
Ormai simile ad una colonna corinzia per le striature di sporco, impreco un rosario di bestemmie tra me e me, mi agito con il braccio buono per farmi riaprire la porta. Voglio scomparire al più presto e piangere. Voglio la mamma!

Oggi ho rivisto il capo dei bravi per un altro ritiro di mondezza.
Chiaramente piove.
Siamo solo noi due, il nostro sguardo si incrocia, un sorriso compare sul suo viso, gli occhi suoi si illuminano: “Dottoressa, va prendimi il nastro dei pacchi e non mi scivolare questa volta eh?!”
…Mavaffanbrodo te e la ruera…

4 commenti:

  1. fantasticooooo

    RispondiElimina
  2. Se non ti conoscessi penserei fosse frutto di fantasia!
    Sei la mia super cozzetta preferita!!!
    ahahahha :D

    RispondiElimina
  3. Ma vogliamo ricordare la mia caduta al parco Nord in una sessione di running? Accidenti, quella radice che spunta all'improvviso mi prende un piede e finisco nelle frasche. Io, splendida come sempre, mi rialzo, tutta interrata e graffiata, e continuo a correre. Non vedo la gente sciiiema, io lo sono! Baci caprette mie :)

    RispondiElimina
  4. si certo perchè son le radici che "prendono" i piedi... l'importante è crederci :D
    by the capret number one

    RispondiElimina