18.6.12

Cicatrici

Stasera le ho passate in rassegna una ad una, e che cosa sono le cicatrici se non catapulte del passato? Sono le ferite macroscopiche, di superficie; quelle interne, ahimè, non si contano più, si aprono e si chiudono, a volte in silenzio, altre urlano, però adesso non ci interessa di loro.
15 anni, anulare della mano sinistra, vicino alla fede. Si giocava a 'numeri', si metteva una fascia in testa e sull'orecchio una piccola tavoletta con dipinto un numero. Due squadre, i blu e i rossi, che fantasia. La difficoltà? Giocare di notte, nel bosco e scoprire i numeri della squadra avversaria con l'uso della torcia. C'era Paolo di fronte a me, quello sfigato che tutti rimbalzavano, aveva quel difetto di pronuncia e in più balbettava, gli volevo un gran bene. Mi guidava, diceva 'segui me', inciampai su una radice e caddi. La mano ferita, sangue ovunque da quella venuzza.
16 anni, graffio sul polso sinistro, coperto dall'orologio. I soliti quattro, io, Giuseppe, Teo e Luca. A casa di Luca c'era sempre quest'aria pesante e chiusa in cucina, faceva venire i conati, non ho mai capito bene perché. C'era questo persiano, sempre spaventato e scontroso. Va a capire perché ad un certo punto Luca me l'abbia tirato addosso. Son ragazzi, non capiscono molto, scherzano, e il gatto mi lacerò la pelle con l'unghia.
17 anni, primo intervento chirurgico. Due anni prima mi ruppi il menisco al ginocchio destro, chissà se in montagna o per giocare a pallavolo. Poco importa, decisero che dovevano sistemarlo, ma io stavo tutto sommato bene. Io e Giuseppe ci eravamo messi in insieme da meno di un mese, che teneri che eravamo. Problemi con l'anestesia, blocco respiratorio, mi rianimarono, e sì, c'era la famosa luce bianca in fondo al tunnel che chiamava. Tre buchi nel ginocchio, stampelle e riabilitazione.
25 anni, spalla destra, altri tre buchi, è di nuovo passione tra me e l'artroscopio. Tre anni prima mi lussai la spalla in montagna, io che la neve la odio, che non ci volevo nemmeno andare con lo snowboard. Si era capito subito che non sarei stata una promessa del firmamento agonistico, avevo praticamente piallato le Dolomiti a forza di ginocchiate e culate. La spalla uscì e rientrò da sola, tutto bene. Dopo sei mesi mi uscì nuovamente per  un gesto banale, ed è vero che viene da buttarsi contro un muro per farla rientrare, tornò al suo posto. Un anno dopo in Corsica, prima vacanza in moto, raggiungemmo una caletta sperduta, bagno in mare, acqua cristallina, un tuffo e la spalla si lussò per la terza volta. L'orrore, il corpo sformato, il vuoto, l'osso dove non doveva stare, il dolore che massacrava il cervello. Legamenti si lacerarono completamente, andava operata.
Queste sono le più evidenti, le ginocchia non le ho nemmeno contate, sono caduta così tante volte dalla bicicletta che praticamente la pelle ha cambiato colore. 
Detto così, alla fine non sono poi tante le mie cicatrici.

1 commento:

  1. dai confessalo, era solo un subdolo motivo per farti dare i bacini sulla bua :)

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