8.12.13

La danza del demone

Mino se ne sta al margine della sala, guarda Emma ballare. Lui la pizzica l'aveva ballata solo al suo matrimonio, e giurò che non l'avrebbe più fatto. Nel giorno di festa di sua figlia, lui se ne sta lì con lo sguardo un po' assente, in quello spazio dei pensieri dove la mente ricorda in pochi istanti tutto quello che è stato: sua figlia è cresciuta, è diventata una donna sotto i suoi occhi e non se n'è nemmeno accorto. Un giorno Emma è andata a Milano. Sai papà, io ci sarò sempre, con tutte queste tecnologie potremo sempre sentirci e sarà quasi come essere insieme.
Emma ha il viso paonazzo e sudato, balla quella musica come se non avesse tutti gli invitati attorno che battono le mani a tempo, solo per lei  e lo sposo. A un certo punto si sfila i sandali e corre da Mino a lasciarglieli in mano. Papà, tienili per favore, mi danno intralcio mentre ballo. 
Emma, la stessa donna che da piccola gli metteva sempre qualcosa nelle mani: i guanti, la sciarpa, una bambola. Papà, tienili tu, devo giocare.
Emma balla balla, non è mai stata felice fino in fondo, ma quel giorno prova a mascherare l'inquietudine, e balla, salta sempre di più. Il vestito striscia sul pavimento e si sporca, ma non importa, un pezzo della gonna si straccia mentre vortica nella stanza. Deve placare questo demone, e può solo continuare a ballare e ballare.

Nei sogni dell'alba percorrevo lo stretto viale di casa, c'era fango ovunque. Mio padre al buio in piedi. Lo saluto, lui mi manda via. Vattene non è più casa tua, ha smesso di esserlo quando te ne sei andata a Milano. Scappo via piangendo dalla rabbia, una rabbia feroce che mi fa prendere a calci una rete metallica tutta arrugginita che vorrei sfondare. Piango sfinita, e per fortuna mi sveglio.

Un messaggio al telefono: Mino è morto la scorsa notte. 
Un male brutto se l'è portato via. Emma si è consumata attorno a questa malattia per un anno, non sa se piangere o finalmente respirare.

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