28.5.14

Il desiderio di essere come tutti (Francesco Piccolo)

volevo tornare dentro la mia vita, quella che conoscevo e che non mi faceva paura - non mi dava tutta quella euforia, ma nemmeno mi spaventava.
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E meglio pensare che sia superabile, che ci si ama davvero, che si può andare avanti: è meno faticoso.
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Poiché una storia d'amore l'avevo anche io, ed era la storia di un ragazzo che ama la sua compagna di banco e soffre tantissimo perché lei non lo ama, mi misi a scrivere un romanzo che raccontava di un ragazzo che ama la sua compagna di banco e soffre tantissimo perché lei non lo ama.
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Sono tornato a sedere di fianco a Elena, nel banco di scuola, e l'ho guardata con il fiato corto perché era bella, mi piaceva, forse ne ero ancora innamorato. Ma non provavo più dolore. Posso dire di non essermi allontanato da Elena, ma dalla sofferenza.
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La sensazione era che la vita si era ristretta, diventando adulti. I fatti diminuivano e aumentavano i ragionamenti sui fatti. La sensazione era anche che la vita diventava più costante, scandita dall'abitudine. E le novità erano fuggevoli, oltre che rare. Come se tutto dovesse svolgersi con più precisione, meno sorpresa.
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Quando invece perdevo, negli spogliatoi c'era un'aria perfetta: era felice lui perché aveva vinto, ero felice io perché avevo perso, però avevo lottato. Mi sentivo amato, quando perdevo. Mi sentivo a mio agio. La mia propensione alla sconfitta - e più precisamente il piacere di combattere contro avversari imbattibili, e migliorare e conquistare qualche punto in più, resistere ogni volta un po' di più prima di soccombere - era ciò in cui mi ero identificato da sempre, in tutti i campi della mia esistenza.
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(noi non possiamo cambiare il mondo perché siamo troppo occupati a rimproverare tutti gli altri per aver modificato quello che c'era prima)
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ci piace essere dalla parte giusta e perdere. Perché nella sconfitta si è più uniti, mentre quelli che vincono diventano sempre un po' arroganti. Perché la sconfitta non mette in gioco la quantità di problemi che mette in gioco la vittoria.
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Puoi vivere tutta la vita con una persona, soltanto se hai abbandonato l'idea di purezza. Non lasciarsi mai non è un'idea pura, ma al contrario è un modo di accettare in un rapporto d'amore tutte le fragilità, le debolezze, le diversità, gli odi e i periodi di stanchezza, i tradimenti. L'amore è tutto questo, messo accanto ai periodi belli. Invece l'idea che si ha dell'amore è di solito un inseguimento ossessivo della perfezione assoluta della coppia. Così, però, ogni litigio, ogni stanchezza, ogni desiderio altro, sono macchie, indebolimenti, sacrilegi contro la perfezione, segni di declino. Quindi, avendoli accumulati nel tempo, ci si deve lasciare perché non si sopporta che dentro il rapporto ci sia anche il dolore o il ricordo di momenti tristi.
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E un'epoca - quella in cui si vive - non si respinge; si può soltanto accoglierla; si può accoglierla e analizzarla e criticarla. Ma facendone parte, sentendosi parte.
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Ci sono due tipi di storie che si possono scrivere: quelle che fanno sentire migliori e quelle che fanno sentire peggiori. Le prime hanno come protagonista un personaggio che è migliore di noi, che ci conduce a comprendere come dovremmo essere; le seconde hanno come protagonista un personaggio che è peggiore di noi, che ci aiuta a comprendere come non dovremmo essere. Ma la questione ancora più precisa, è la seguente: le prime ci rassicurano, perché noi siamo già un po' convinti di essere migliori di come siamo - è qui che scatta l'identificazione. Le seconde, invece, ci toccano perché noi siamo già peggiori di come crediamo di essere, e per questo ci sentiamo colpiti, inquietati.
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È questo il centro della vita mancata - l'idea che ciò che hai incontrato la prima volta, è l'assoluto a cui tornare sempre - e nella sostanza: non riuscire a tornare più. La purezza si conserva, o si crede di poterla conservare, continuando ad amare, per il resto della vita, quell'idea di amore che è il primo amore.

Il desiderio di essere come tutti (Francesco Piccolo) - Einaudi

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