3.8.14

Zappa

La guardavo dall'alto di quella tribuna lasciata un po' andare sotto l'effetto impietoso del tempo. Il cielo era coperto da nuvole pesantissime, ogni tanto qualche lampo ci rubava l'attenzione, per riportare il pensiero alla gara imminente che probabilmente si sarebbe fatta sotto la pioggia, o grandine, nel caso peggiore.
Aveva unghie laccate di un rosso aranciato, corte ma curate; i capelli ricci domati da una treccia, e nei lineamenti e nella figura slanciata tutta la freschezza della giovane età, avrei detto non più di 16 o 17 anni, poi scoprii già 19.
Vicino a lei, altre due ragazze, determinate a farsi la guerra per il podio, stavano terminando il riscaldamento, per poi cambiarsi e calzare le scarpette chiodate che avrebbero trasformato una camminata goffa in una falcata felina.
Alla partenza era in testa alla corsa, metro dopo metro a tener il passo con gli altri partecipanti, amatori ed ex professionisti. Il vento forte la fermava su rettilineo, per poi recuperare su quello opposto dell'anello di atletica. Metro dopo metro, fino a contarne cinquemila. 
L'ho vista perdere la testa, non la sua, ma quella della gara. E quell'uomo a bordo pista, parecchio più anziano, sicuramente non il padre, forse il suo allenatore, le urlava alza quei gomiti, spingi, dai dai, sei troppo lenta così. Dodici giri.
Mi sembrava un proiettile sparato da una pistola, la guardavo, ammirata e ipnotizzata.
Alla fine pianse. "E' stato un disastro", disse, "Ben 17 minuti per fare 5 Km". 
Già, che schifo, l'avrei mandata a zappare la terra.

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