3.2.15

Diario Di Un Fumatore (David Sedaris)




Il problema, con i non fumatori aggressivi, è che quando ti impediscono di fumare sentono di farti un favore. Sembrano convinti che un giorno, guardandoti indietro, li ringrazierai per quei quindici preziosi secondi di vita che ti hanno regalato. Non vogliono capire che per te sono solo quindici secondi in più per odiarli e meditare vendetta.
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Ciascuno è libero di scegliere da sé la qualità della propria vita, e di procurarsi il piacere come meglio crede, ma sempre con la consapevolezza che, come diceva la mamma: «Prima o poi qualcosa ti frega».
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Immagino che, per non scoppiare a ridere, sarei stato costretto a mordermi l'interno delle guance. La gola mi si sarebbe riempita di sangue, lo stesso gusto amaro che senti quando ti infili in bocca un appendiabiti sovrappensiero.
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Si è seduto e ha chiesto alla cameriera di portare il miglior champagne che avevano. «Che cosa festeggia?» gli ha chiesto la cameriera, e lui si è guardato intorno allargando le braccia. «Festeggia questo bar?» gli ho chiesto. «No, festeggio la vita!» ha detto. Avrei dovuto alzarmi e andare via. E invece ho pensato di poter usare quel signore in un pezzo a cui sto lavorando. E' il genere di persona che Malison descriverebbe come autoipnotica, uno di quelli che si convincono che la loro vita sia piena di significato solo perché la verità li distruggerebbe. E' come se qualcuno lo avesse ipnotizzato agitandogli uno stronzo davanti alla faccia e dicendo: «Adesso ti sta venendo sonno... sempre più sonno».
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Erano tutti bugiardi, dal primo all'ultimo. Il mio atteggiamento sospettoso era come un faro, e attirava proprio le persone che speravo di evitare.
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Mi ritrovai a pensare che qualsiasi cosa noi compriamo è stata tastata o impacchettata da qualche povero imbecille con una retina in testa e dei batuffoli di cotone nelle orecchie. Ogni pannocchia di mais, ogni chicco d'uvetta ricoperto di cioccolato o paio di stringhe per le scarpe. Ogni pinza da barbecue, ogni cappellino di carta o paio di guanti che troviamo in un negozio ha alle spalle una storia di miseria e abiezione.
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«Dev'essere dura stare in un posto del genere, per uno come te. Queste deficienti non sopportano che qualcuno abbia un cervello e un minimo di istruzione. Le fa sentire in trappola, minacciate, e no, qui certa gente non la vogliamo!»
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Per quanto fossi bisognoso di compagnia, mi rendevo perfettamente conto di avere a che fare con uno sfigato. Gestione aziendale sembrava l'indirizzo adatto per uno come il Ricciolo. Già me lo vedevo, con la camicia a maniche corte e il taschino pieno di penne, rispondere a chi gli chiedeva di controllare i cartellini dei dipendenti con una formuletta sciocca tipo 'Signorsì, signor sergente'. Dal canto mio avevo cercato di farlo svegliare un po', ma con uno convinto che Auschwitz forse una marca di birra più di tanto non si poteva fare.
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Il problema, quando lasciavi un posto, era che prima o poi dovevi per forza arrivare in un altro.
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Non essendo io il genere di persona che fa succedere le cose, mi restava solo la scelta di lasciare che succedessero.
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Ho conosciuto gente capace di mollare un lavoro e trovarne un altro in meno tempo di quanto ne occorre per tagliare un pollo. Indipendentemente dalla loro esperienza, queste persone trasudano fascino e sicurezza. Il fascino è qualcosa con cui o sono nati o gli è stato inculcato in tenera età, ma a fornirgli la sicurezza è il fatto di sapere che per quello stesso lavoro si è candidato anche qualcuno come me. La mia è una vita piena di 'quasi'.
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Durante i periodi di disoccupazione, trovo piuttosto gratificante dormire il più possibile. Tra le dodici e le quattordici ore al giorno è un buon punto di partenza. Il sonno ti risparmia umiliazioni, e al tempo stesso ti impedisce di spendere: non devi mangiare, non devi fare acquisti, te ne stai lì disteso, sogni, e intanto la vita passa.
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Non ho la minima idea di come si faccia a cambiare la gente, eppure tengo lo stesso una lunga lista di potenziali candidati, casomai dovessi scoprirlo.
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Qui non si trattava di cambiare le persone. Macché. Una persona è già tanto se riesci a convincerla a cambiarsi i calzini.
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Volete testare gli ombretti sui conigli? Prego. Attaccare elettrodi al cranio delle scimmiette e fargli l'elettroshock? Fate pure. Ma piazzare un nudista in sella a un cavallo all'indomani di una serata chili (Il pelo era maculato così anche prima?) è davvero disumano.
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Ci siamo incuneati intorno a un piccolo tavolo imbullonato alla parete, e Roberta ci ha servito un'omelette grossa quanto un cuscino, con dentro, testuali parole, «un po' di tutto. Forse anche della lettiera per gatti. Loro li abbiamo lasciati a casa, ma quella cazzo di ghiaia riesce a finire nei posti più assurdi. Be', buon appetito».
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Diario Di Un Fumatore (David Sedaris) - Mondadori (Collana Piccola biblioteca oscar)

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