9.2.15

Gli anni al contrario (Nadia Terranova)

– Sì, ma adesso è veramente tardi. – Perché, domani che hai da fare? – Niente, le solite cose. A parte un appuntamento. – Ma guarda, anche tu? – Sì, una cosetta. – Pure io, mi sbrigo subito. – Non sarà la stessa cosa? – Ah, non lo so. – Io mi sposo. – Ma dài, anch’io! – Sì, ma io sposo la persona giusta. – E mi sa che anch’io. 
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Era un giorno di Fata Morgana, uno di quelli in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente.
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Nessuno dei due aveva il coraggio di ammettere la solitudine: la casa, per quanto in miniatura, certi giorni sembrava fin troppo grande e vuota.
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Bisognava solo che quelle stupidaggini passassero: tutto passava, specialmente la gioventù.
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Per il primo compleanno di Mara, Giovanni propose ad Aurora di andare in pizzeria tutti e tre insieme, una di quelle piccole cose che non facevano più. Poi uscì a fumare e se ne dimenticò. Rientrò ubriaco e senza regalo. Moglie e figlia dormivano abbracciate sul divano, vestite di tutto punto e pronte per uscire. Il sonno le rendeva uguali, pensò Giovanni, e si disse che i grandi, in fondo, non sono che bambini sopravvissuti.
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Mi aiuterai a studiare? Certo. Mi aiuterai a essere felice? Meno certezze.
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 – Sei stata brava a ricominciare. – Senti chi parla. Allora lo sa anche lei che si può tentare daccapo, si disse Giovanni, allora forse posso prenderle la mano. Un nuovo inizio, la cosa più semplice del mondo!
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Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini.
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Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea senza sapere che farcene, e ora che lo sappiamo ci stiamo già dividendo le briciole. Ci saluteremo da balconi e finestrini d’auto portando e prendendo Mara da un posto all’altro, finché lei non se ne andrà per la sua strada e allora ci incontreremo alla sua laurea e al suo matrimonio. Avremo un nuovo marito e una nuova moglie e non ripeteremo gli stessi sbagli perché avremo imparato dall’esperienza, che poi è la somma di tutte le cazzate fatte.
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Andarono in vacanza a Pantelleria, Bent-El-Rhia, la terra del vento, isola magica di asini e dammusi.
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Scegliere un libro piuttosto che un altro era stato ogni volta un atto rivoluzionario che l’aveva aiutata a crescere. Com’era lontana quella sensazione di conquista, di coraggio. Leggere non era più un rifugio. A dirla tutta, non riusciva più a seguire un filo narrativo senza distrarsi.
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Dunque, ecco i miei occhi: quelli della picciridda che quando nacque spaventò suo nonno più di un mafioso e meno di un professore di matematica. Non sono seducenti come quelli di mio padre né lunari come quelli di mia madre; sono la mia valigia, la mia infanzia senza tempo, la certezza che me la caverò perché me la sono già cavata – sono semplicemente tutto ciò che mi serve per continuare a raccontare. 

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