22.2.15

Un sudoku in treno

Ogni cosa ha un inizio e una fine, è una delle poche certezze che ti hanno insegnato da quando eri alto così. L'inizio generalmente può essere improvviso o graduale, e la sempiterna curiosità che guida la scoperta si potrà scontrare con l'aspettativa che ti sei creato; nella fine, invece, la storia è più complessa, la fantasia trova sfogo nella sua forma primigenia.
In questo ragionamento si inserisce bene anche un mio rovello sulle amicizie, questi essere volubili con cui dobbiamo fare i conti per tutta la nostra esistenza, anche loro hanno sempre un inizio e una fine.
All'asilo ci fu Manuela, un giorno amiche e l'altro no. Alle elementari Lucia, Patrizia, e poi io, detta anche “la ruota di scorta”. Alle medie Federica, che mi perculava per il mio busto ortopedico e l'apparecchio da boxeur, insieme a lei i pianti e le stronzette già con il seno sviluppato che ti facevano sentire un reietto della società. Alle superiori fu Giorgia la co-protagonista, e per tanti aspetti eravamo simili, moltissimo tempo insieme, e ancora ce la ridiamo dopo più di vent'anni. Nello stesso periodo ci fu la svolta, il capire che l'amicizia maschile era più nelle mie corde: meno scazzi e più cazzeggio. Così, per un bellissimo periodo, fu il turno del gruppetto composto da tre maschi e una femmina. Tutti in motorino, congelati e senza casco. Sempre in giro, a ballare sui tavoli del Country House, le chiacchiere infinite senza la malizia. Come tutte le cose belle anche questa situazione era destinata a durare poco. C'è di positivo che nella memoria si conserva gelosamente immacolata.
Poi arrivò l'università e il cambio di città. Se prima, nel peggiore dei casi, avevo avuto a che fare con gente che al massimo mi teneva in panchina come riserva, a Bologna conobbi gente brillante, ma anche tanto meschina, e non è un caso che non sia rimasto uno straccio di legame con quel periodo.
Da quel marasma seguì una bella compagnia, durata un decennio abbondante. Stamane, percorrendo il lungomare, mi sono ritrovata a passare vicino a quell'orrido elefante di plastica dalle cui terga sbuca uno scivolo, e proprio quelle spiagge adiacenti furono il teatro di intere estati. Il mare di Rimini era quello che conosciamo tutti, sabbioso e dai colori spenti, ma i campi da beach erano tutti nostri, e che calma c'era, signori miei, mai nessuna ressa. Si facevano lunghe camminate con l'acqua sino alla vita, a raccontarci di quello o di quell'altro, degli studi, poi del primo lavoro, e via dicendo. Siamo cresciuti insieme, finché il castello, che evidentemente era di sabbia anch'esso, si è sgretolato. Ci siamo persi pezzo dopo pezzo. E cosa rimane di quegli anni? Amarezza e nostalgia. La volontà di ritrovarsi con i pochi superstiti è scemata, ci sono teste che non parlano più la stessa lingua e non capiscono nemmeno lo stesso pensiero. Tutto si è lentamente sbiadito come una foto tenuta al sole.
Nel frattempo arrivò Milano, e con lei la rivoluzione. Chi non si è mai trovato a dover cambiare luogo di appartenenza in maniera radicale, non conosce la fatica dell'integrazione. Anche se è il tuo Paese, siamo tutti diversi: c'è sempre un dislivello a cui non sei pronto, e tu che vieni da fuori ti trovi a salire le scale che hanno gradini con un'altezza diversa da quella che eri abituato a fare. Ci vogliono tempo e pazienza, impari a smussarti, a muoverti con una circospezione che non ti appartiene. Sei comunque in grado di farti amici nuovi di zecca che non sanno nulla di te, da cui puoi ripartire da zero per raccontarti, confrontarti e capire che la realtà è più grande dei quartieri in cui eri abituato a razzolare.
Per ultime arrivarono anche le amicizie virtuali di Facebook, Twitter e fratellini. E tu, ingenua come una bimba, hai dovuto tirare fuori i diamanti dalla porcilaia. Qualcuno lo hai trovato, ma pure tanti abbagli.
Se ora dovessi fare un bilancio di quelle che sono le amicizie il risultato sarebbe molto magro. Ho capito che l'età ti fa prediligere la qualità alla quantità, tuttavia può capitare che non sposti il Kg. Ci sono  amicizie che stanno sbocciando, che ogni giorno annaffio insieme alle poche che resistono alla tempesta dei chiarimenti. Cerco di non affogarle con troppo amore, ma nemmeno di dimenticarmene, giacché ho sempre avuto questo difetto della mancanza di mezze misure.
Ci sono poi rare amicizie che vivono di aria, e non richiedono particolari cure. Capirlo è stato un enorme sforzo di consapevolezza. Sono quei rapporti che lasci e ritrovi nello stesso punto, voi due siete e sarete sempre gli stessi, speciali. Li chiamo miracoli perché sono in grado di fermare il tempo. Per queste affinità la dimensione temporale non esiste: vi ritroverete dopo anni con la stessa naturalezza, non ci saranno strazianti arrivederci e del chissà quanto passerà ancora. Sarete in quel punto in cui vi siete guardati un attimo e poi siete corsi ridendo alla macchina per vedere se vi avevano fatto la multa quando nevicava.
E tu che mi leggi, se mi credi pazza significa che non hai avuto la fortuna di trovarne.
In questo De amicitia Vol. 2 manca ancora un pezzetto, quel magone che sta fermo all'inizio dello stomaco, e ci penso tutti i giorni da un paio di mesi scuotendo la testa su quanto sia stata orba. Quella che credevi amicizia non lo era, perché per definirsi tale non si nutre di assenze, non vive solamente delle attenzioni di uno dei due. L'amicizia è uno scambio, invece io ti ascoltavo e tu parlavi, non chiedevi mai. A te non interessava dei miei piccoli grandi drammi, delle mie rivoluzioni interiori, delle grida che sgorgavano come sorrisi, perché quest'ultimi sono fatti per allontanare i curiosi e invidiosi. Non era amicizia, e il silenzio che ho imposto era una prova, e tu l'hai fallita. Non era amicizia, era un passatempo per te, un sudoku in treno. E a me il sudoku non è mai piaciuto.

4 commenti:

  1. un post come questo è il motivo che mi tiene qui, in questo mondo di pensieri rarefatti.
    ci sono altri posti dove le parole non sono tutto, e ci sono posti in cui le parole sono come queste: parole capaci di piani sequenza sulla vita tutta, con lo scopo in fondo di contestualizzare un presente difficile.
    Ho la sensazione che anche questo sia il risultato di un pensiero nato correndo controvento.

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  2. che poi io un elefante di plastica non ce l'ho.
    ho avuto cose, tante: ma non il mare, non quel mare lì.
    è un mare che arriva piano, che arriva da lontano ma non dall'infinito, è un mare piatto e non troppo azzurro, dicono, ma è anche il mare cui sono arrivate più o meno tutte le lacrime versate in quei lassù che mi hanno visto crescere.
    è il mare che ha dentro il passo lento e le paure forse le tiene sotto il pelo dell'onda.
    a lambirti i fianchi, (non esattamente, ma qui le parole si devono misurare) a lambirti il lato interno dell'anima.

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    1. Ho preso le distanze un po', sono salita su un aereo perché la barca al largo non ce l'ho, e sento che mi sta facendo bene. Servirebbe molto più tempo per fare inghiottire dalla risacca parte dei pensieri che intossicano l'animo. E' che l'azione del vivere sarebbe la più naturale al mondo, ma allora perché ce la complichiamo? Dicono che più costano fatica e le cose sono più belle, ma chi ci dice che non basti la semplicità? Buonanotte, caro amico

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    2. parli di pensieri come relitti.
      parli di pensieri come fossero tronchi lasciati a galleggiare nella risacca sotto un cielo fermo.
      io ho scoperto che le correnti che scorrono sottopelle possono portarci molto lontano anche quando tutto è apparentemente fermo.
      e a complicarci la vita non è la vita stessa, ma la fatica di trovare ogni giorno un equilibrio tra le distanze che ci descrivono e le distanze che ci fanno più o meno bene, più o meno male.
      in tutto questo anche il tuo aereo ha un senso importante, perché è quando lo guardi da lassù che il mondo sembra un po' più disposto alla magia.
      per ogni pensiero un nodo da sciogliere, per ogni cricca un raggio di luce che penetra, o un filo d'ombra che fugge.
      forse semplicemente non siamo pronti, al facile, che pure esiste.

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