5.6.15

Cuore di ghiaccio (Almudena Grandes)


Inma mi guardava con gli occhi spalancati e un sorriso incerto, l’espressione di una persona intelligente che, davanti al devastante spettacolo della morte, è perfettamente consapevole di non avere nessuna possibilità di consolarne un’altra.
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era stato più fortunato, e i soldi forse non comprano la felicità ma la curiosità sì, e la vita nelle città non è sana ma neanche noiosa, e il potere svilisce ma sviluppa anche la furbizia, e lui aveva avuto molti soldi, molto potere, ed era morto senza conoscere la condizione vegetale, o forse minerale, in cui la vita aveva precipitato i bambini che un tempo avevano giocato con lui e adesso, nel momento della sua scomparsa definitiva, erano venuti a riconoscerlo come uno di loro.
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Com'è grande il cielo qui, pensò, mentre contemplava l’infinita estensione di un blu talmente puro da poter disprezzare lo sforzo degli aggettivi, un azzurro molto più azzurro dell’azzurro cielo, talmente intenso, concentrato, terso, che non sembrava neanche un colore ma una cosa, l’immagine nuda e sincera di tutti i cieli.
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Raquel avrebbe ricordato per sempre quel giorno, ma non per la miracolosa trasformazione della nonna, che sembrava ringiovanita di colpo perché le brillavano gli occhi, e le labbra, e i capelli, mentre si muoveva in fretta, con un’agilità inedita, camminando come se levitasse, come se ballasse, come se bastasse il suo sorriso a tenerla sospesa in aria a qualche palmo dal suolo, e neanche per il modo in cui la guardava il nonno, con gli occhi cupi, come pozzi selvaggi, che la seguivano come se stesse per innamorarsi di lei trentatré anni dopo essersi innamorato di lei la prima volta.
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A me le donne piacevano molto più che a Rafa, ma mi ci dedicavo molto meno di Julio. Non le cercavo, non le rincorrevo, non le invitavo al bar e non le inseguivo in mezzo al traffico. Mi sono sempre sembrate una specie di dono, un bene straordinario sospeso nell’aria al di sopra della mia testa, che ogni tanto mi cadeva addosso senza che io avessi fatto niente per meritarmelo. Non ho mai creduto di meritare la predilezione dimostratami da alcune di loro, anche perché ho sempre pensato che, oltre che belle, divertenti, dolci ed eccitanti, le donne siano anche parecchio strane. Non ho mai perso tempo a sviscerare il misterioso meccanismo del loro ragionare e non ho neanche mai dubitato che siano loro a scegliere, per cui mi sono sempre limitato a vedermele venire incontro, senza recriminare per quelle al di fuori dalla mia portata ma senza neanche considerare la loro presenza come un valore in sé, accettandone l’esistenza come un regalo, con gratitudine e senza fare domande.
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Non mi era mai venuto in mente di chiedermi che genere di uomo, o magari di uomini diversi, potesse essere stato mio padre prima di diventare se stesso, quante altre persone avesse potuto continuare a essere mentre la mia coscienza e la mia memoria lo registravano come un individuo unico, tutto d’un pezzo, senza incrinature.
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Ho perduto così tante cose nella vita che avevo paura di aver perso tutto senza essermene neanche accorto
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Le parve bella, anzi di più. Aveva quel genere di bellezza dei bambini che si vedono in televisione, nelle pubblicità degli shampoo o dei biscotti, il fascino dolcissimo di chi ha sempre la parte di maggior spicco nelle recite a scuola, quell'attrattiva innata, magnetica che stabilisce la gerarchia nei banchi e durante la ricreazione.
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Ho sempre pensato al mangiare come a qualcosa che sarebbe più logico fare in privato perché quando mangi con qualcuno, per quanto ti sforzi di essere discreto, educato, gli mostri per forza l’interno del tuo corpo, organi viscidi, cavità, mucose, insomma, la lingua, i denti, il palato...»
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Era mezzogiorno e già si preannunciava il lungo tormento di un’altra giornata interminabile, la crudeltà del sole che si prolungava anche oltre il crepuscolo per affermare la sua supremazia su una notte eterna di sudore e mosche, lenzuola calde, dure come bavagli, e il sogno assente nel vuoto implacabile dei sensi storditi, attenti solo a registrare il calore.
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invece era la sua amante, l’amante di un vecchio che aveva ceduto alla debolezza di credere che l’importante non fosse tanto farsi una scopata quanto sapere che la prossima non sarebbe stata ancora l’ultima, un duello così impari, così sproporzionato, così palesemente perso ancor prima di cominciare, che solo la morte poteva concluderlo,
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I due si abbracciarono senza dirsi altro e il fratello che sopravvisse ricordò per sempre quell'abbraccio, lo custodì come uno degli istanti più preziosi della sua vita, lo evocò con la cupidigia dell’avaro che conta e riconta le sue monete senza mai stancarsi, e lo rievocò parecchie volte, nei giorni più duri e in quelli più belli, in mezzo all'accecamento dell’amore e all'agguato della morte, alla velocità della sciagura e alla lentezza della prosperità, all'odore di paura dei vagoni dei treni, all'odore di paura delle notti all'aperto e l’incosciente oblio dell’odore della paura, e poi, insieme alle emozioni e ai desideri, con le domeniche e i giorni feriali, con il calore del corpo della moglie nelle imbacuccate notti d’inverno e le risate dei figli che crescevano senza il peso opprimente della sua memoria, Ignacio Fernández Muñoz custodì sempre il ricordo di quell'abbraccio come un tesoro inestimabile, il salvacondotto che gli aveva permesso di continuare a vivere, di poter essere felice in un mondo in cui suo fratello Mateo non c’era più.
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si era girata verso di me e mi aveva abbracciato, e io l’avevo abbracciata, l’avevo baciata e lei aveva baciato me, e poi l’avevo baciata ancora e il mio corpo aveva riconosciuto nel suo una casa dolce e solida, morbida e generosa, senza soffitte scure e porte chiuse, senza angoli proibiti né cantine condannate all'umiliazione del tempo.
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eppure ormai non mi riconoscevo più nell'uomo che non era mai stato vivo come me, come l’uomo che ero adesso, dopo che Raquel Fernández Perea era passata su di me come il fato, come la morte, come il destino che cambia una volta per tutte il futuro degli esseri viventi.
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la gente ama chiacchierare e, il più delle volte, non ha la minima idea di quello che dice.
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L’insopportabile era essere figlio di esuli spagnoli, essere nati, cresciuti, essere diventati grandi in un esilio come il loro, denso, spesso, concentrato, stuzzicato di continuo e continuamente torturato dalla vicinanza, la consapevolezza di quella frontiera così vicina e allo stesso tempo così irraggiungibile, come il vaso di caramelle colorate piazzato un centimetro, solo un centimetro, sopra il punto a cui arrivano le dita tese del bambino affamato. Era orribile l’esilio, quell'esilio che non gli apparteneva ma che l’avevano costretto a vivere come suo, lui che era francese, che non era francese, che non sapeva di dov'era ma non poteva neanche permettersi il lusso di mostrarsi disinteressato all'appartenenza a un posto, perché non era nato in un paese, ma in una tribù, un clan insuperbito dalla sua stessa disgrazia, un campo di nomadi invalidi e contenti della loro invalidità, una società di ingrati incapaci di apprezzare quello che avevano, un villaggio di idioti che non sapevano leggere le mappe né vivere nel tempo dei calendari, gli eterni e volontari disadattati che trovavano un piacere malsano, intenso e difficile nelle loro gradevoli carenze, perché gli mancava sempre qualcosa e sapevano godere delle cose solo a metà, sempre infelici, sempre dibattuti, sempre rinchiusi nelle minuscole dimensioni di una patria portatile, una presenza postuma e spettrale che chiamavano Spagna e che non esisteva, non esisteva, non esisteva più.
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Il verbo credere è il più ampio e il più ristretto di tutti i verbi, visto che persino i condannati a morte tendono l’orecchio mentre camminano verso il patibolo e si lasciano uccidere sperando nella grazia.
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Non si può uccidere un drago che si nasconde, che non ti affronta, che forse non esiste neppure nella realtà, e io ero stanco, sempre più stanco.
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La vendetta è nobile, perché è una passione. Una passione goffa, debole, sempre inutile, perché non ti restituisce mai quello che ci hai investito, ma rimane pur sempre una passione,
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Allora pensò che forse il silenzio pesa su chi tace più del dubbio su chi non sa


2 commenti:

  1. ho passato sette giorni su di una spiaggia deserta con un libro fermo a pagina 2.
    troppi pensieri, troppa solitudine per potermi affidare ad un libro.
    ora i miei libri siete voi, sei tu, sono tutte le parole che trovo in questi luoghi e che in qualche modo porto a casa.

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    1. Questo libro è bello e pesante, un pacco smisurato ma che non puoi lasciare a metà, non lo meriterebbe. Ho impiegato quasi 4 mesi a leggerlo, nel frattempo sono cambiate così tante cose che solo poco prima non avrei nemmeno immaginato. E qualche volta cambiare è bello, ora ho meno gente da seguire, non ho interesse per le persone che non ci tengono a me, ci soffro ma ora ho tanto tempo e spazio per i miei pensieri, e li riempio di pagine scritte, sperando un giorno di avere la mia storia da raccontare.

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