17.6.15

Una madre lo sa. Tutte le ombre dell'amore perfetto (Concita De Gregorio)


È che la vita per fortuna dà un posto alle cose. Quando sembra che non ce ne sia uno per sé guardarsi attorno aiuta. 
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Viviamo in un mondo sordomuto di vite blindate, dove ogni incontro ha il sapore di un miracolo. Negli anni, mesi o istanti in cui vive, l’incontro si alimenta di questo: di comunicazione. Non di parole, non è quello: vive di sintonia. 
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Solo mamme, prima di tutto mamme e il resto pazienza. Lei no: lei anche mamma. Mamma insieme al resto, mamma senza perdere niente della vita che corre e che brucia, che non è vero che si ferma in quel momento lì, che ti riduce prima a un contenitore senza forma e poi a un distributore di cibo a comando: no, la vita accelera con un bambino in braccio. Si illumina, si accende di senso, si moltiplica e sposta l’orizzonte lontanissimo. Bisogna solo governare la corsa. Essere allenati e attrezzati a farlo, questo sì. «Ho avuto fortuna perché tutto è venuto quando l’ho desiderato, e io ero pronta.» In effetti è una fortuna. 
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Sono andata a trovare mia nonna a Napoli. Era lei che quando ero piccola mi diceva sempre “Ci vogliono almeno due anni”: fra un figlio e un altro, fra un raccolto e il successivo, fra un amore e il prossimo. Mi ha ascoltato poi ci siamo messe a fare il sugo di pomodoro, siamo rimaste insieme a sentire il tg. La sera mi ha detto: “Ricordati, amore: chi pecora si fa, il lupo se la mangia”. 
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«Ho imparato quasi subito, per esempio, che quando la madre grida “muoio” è il momento in cui il bambino nasce.» Partorire è un po’ morire. «Esattamente. Al principio mi spaventavo. Pensavo: muore. E invece succedeva sempre lo stesso, perciò si può davvero concludere questo: la sensazione di morire è quella che coincide con la nascita. 
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La cosa che mi colpisce, specialmente se ripenso agli inizi, è che nessuno chiede mai subito come sta la madre. Nessuno tranne la madre della madre, che sempre – sempre – chiede per prima cosa come sta sua figlia.» 
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che viviamo in un mondo che non prevede l’errore e quando l’errore arriva devi arrangiarti, è un problema tuo, nessuno vuole saperne di bambini tanto fragili da essere destinati a morire, ma tutti siamo fragili da qualche parte, e destinati a morire, anche». 
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E tu sorridi e a volte dici: non mi sento tanto bene. 
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Quante volte ti succede nella vita adulta di trovare uno uguale a te, uno che capisci e ti capisca: dieci? Non credo, direi meno. A tre anni senza saperlo già lo sai, si vede. 
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Quanta rabbia, quanta apprensione sfogata a sproposito, quanti strilli inutili giacché tardivi, postumi. Un’esperienza terrificante è una lezione di per sé. Se hai rotto una bottiglia e ti sei tagliato ti sei già fatto male, hai già sperimentato il rischio e il dolore e allora a cosa serve, dopo, una madre che urla «Cosa hai fatto»? Serve che ti consoli, che ti guarisca. Non è mica facile, però. 
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Se c’è una legge di natura non è quella dell’istinto materno, locuzione vuota e retorica colpevole di fin troppi misfatti. C’è, piuttosto, una universale propensione materna a proteggere chi è più debole. 
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Lo sai cosa pensa tuo padre di te, lo senti in quegli istanti: ti resta addosso più forte degli abbracci e delle parole, più longevo dei gesti. Un padre guarda, soprattutto. Sorveglia, esamina, giudica. Un padre non importa quanto c’è, non conta cosa dice: importa come ti guarda. È quello sguardo che ti definisce – ai suoi occhi, ai tuoi – una volta per tutte. È quello che torna nei sogni. 
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Il segreto delle madri, anche quelle che non sanno o non vogliono esserlo: la capacità misteriosa di diventare un posto che accoglie tutto quello che succede nel cammino, tutto quello che viene e che c’è. La capacità di tenere insieme quel che insieme non sta. Di ricordare daccapo, ogni volta, da dove passa la vita e perché. 


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