17.9.15

Tavola rotonda

A casa, l'altra, c'è questa tavola rotonda in cucina, ma il senso della tavola rotonda non l'ha mai acquisito. In questo posto ci siamo sempre seduti di fretta, ognuno preso dal proprio ritmo, ci incontravamo quell'attimo per poi schizzare via quello successivo in direzioni opposte. In quel momento, a riempire i silenzi, c'era la protagonista delle nostre giornate: la televisione. Abbiamo imparato a evitare i discorsi, così si arginavano anche le discussioni, tanto non sarebbero mai state costruttive, se non pilastri della nostre convinzioni. Uno sguardo al piatto e uno al tg, uno sguardo all'orologio e poi tana libera tutti. 
Poteva capitare che la TV si rompesse, e questa mica si cambiava come si fa oggi. Nei giorni in cui era in riparazione ci trovavamo a fissare smarriti il vuoto lasciato da quel catafalco marcato Telefunken. Uno sguardo al piatto e uno al vuoto, covo del disagio crescente di quel silenzio ingestibile.
Tutt'oggi, le poche volte che capita di ritrovarci, c'è solo l'inghippo del telecomando del digitale, che sbagli una volta e l'altra pure ad avviare il meccanismo che fa funzionare la macchina colma-silenzi. Con gli anni ho imparato a gestire il silenzio, un po' meno la convivialità fuori casa, dove lo stare a tavola per ore e ore sembra qualcosa di assolutamente normale.
Poi, crescendo, inciampando e riempiendomi di graffi le ginocchia, ho conosciuto altri silenzi, e ogni tipo aveva un forma differente. Quel disagio, che poteva avere anche la sfumatura della paura, in taluni casi si è evoluto diventando rabbia e nervoso. 
Se il lontano dagli occhi poteva essere la cura - quando mancano le malelingue - ora rimbalzano le immagini di finto divertimento, che paiono sussurrare "guarda, noi stiamo bene anche se tu non ci sei più". Mi auguro sia vero, perché il sangue di solito non sbaglia mai e mi comunica invece il contrario. 

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