30.11.15

Le mani della madre (Massimo Recalcati)

Solo se lo sguardo della madre non si concentra a senso unico sull’esistenza del figlio la maternità può realizzare appieno la sua funzione.
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La gravidanza innanzitutto. Non si tratta forse di un’attesa speciale? Attendere che il figlio germogli e venga alla luce del mondo. Ma l’attesa di una madre non assomiglia a nessun’altra attesa. Non è attesa di qualcosa: di un treno o di un anniversario, di un concerto o di un contratto. La maternità è un’esperienza radicale dell’attesa perché mostra come l’attesa non sia mai padrona di ciò che attende. Ogni vera attesa è, infatti, attraversata da un’incognita: non si sa mai cosa o chi si attende, non si sa mai come sarà il tempo della fine dell’attesa. L’attesa scompagina il già conosciuto, il già saputo, il già visto sospendendo ogni nostro ideale di padronanza.
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Quella della madre non è la semplice attesa di un evento che può accadere nel mondo, ma di qualcosa che, sebbene lei lo porti con sé, dentro di sé, in sé, nel proprio ventre, nelle proprie viscere, appare come un principio di alterità che rende possibile un altro mondo. L’attesa è una figura profondissima della maternità perché rivela che il figlio viene al mondo come una trascendenza incalcolabile, impossibile da anticipare, destinata a modificare il volto del mondo. Accade anche nell’amore, quando attendiamo, quando continuiamo ad attendere chi ci manca, chi amiamo, pur conoscendo bene il suo corpo e il suo nome.
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L’attesa è un’interpretazione dell’assenza del figlio, ancora custodito nel ventre materno, alla luce del desiderio. Si tratta di una vera e propria veglia. L’opposto dell’agitazione indaffarata che muove il nostro essere nel mondo quotidiano.
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Non si finisce mai di nascere, non si finisce mai di ricominciare perché si nasce infinite volte, perché infinite volte si può fare l’esperienza della liberazione dal buio della notte cieca dell’Uno.
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dopo aver custodito e protetto la vita del figlio, la madre opera per consegnarlo al mondo. Attende che le ciglia del figlio crescano, il corpo si irrobustisca, il pensiero si sviluppi, il desiderio si pronunci. Arretra, riduce la sua domanda, lascia che il figlio faccia esperienza del mondo allargando il proprio orizzonte, valicando il recinto chiuso del familiare. Lascia che il desiderio della madre prevalga sul godimento della madre.
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La pazienza materna è sostenuta da una quota necessaria di fede nei confronti del figlio; mentre l’allarmismo angosciato, la preoccupazione debordante di certe madri rivela un’impazienza che mostra l’assenza di fede nei confronti del figlio.
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L’attesa imposta dalla gestazione non è quindi solo un processo fisiologico ma anche mentale: il bambino si nutre del pensiero della madre e dei suoi fantasmi.
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Ogni madre risponde innanzitutto non al bambino reale, ma a quel che di sé vede fantasmaticamente proiettarsi nel proprio bambino. Se quando guarda la madre il bambino vede se stesso nello sguardo dell’Altro – si vede come la madre lo vede: amabile o meno, desiderabile o meno –, quando una madre guarda il suo bambino vi deposita inconsciamente gran parte della sua storia di figlia.
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In ogni gravidanza la futura madre si confronta con il fantasma della propria madre;
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amare è dare all’Altro quello che non si ha. Questo significa che il dono d’amore trascende sempre il piano dell’oggetto perché non è mai dono di qualcosa che si possiede, ma dono di ciò che non abbiamo, di ciò che radicalmente manca a noi stessi.
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solo se si apre il vuoto, solo se si sperimenta e si simbolizza la perdita dell’oggetto – l’assenza della madre – diventa possibile il gesto creativo.
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Se la madre fosse sempre presente non esisterebbe spazio per nessun gioco. È l’uscita di scena della madre, il suo andare fuori di casa, che gli offre la possibilità di sperimentare un’assenza e la sua simbolizzazione.
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È un esempio chiaro di come il desiderio della donna deve poter rendere la madre “non-tutta-madre”. Saper abbandonare, saper lasciare che il figlio faccia esperienza dell’assenza è importante quanto il garantire la propria presenza amorevole.
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L’irrequietezza della madre può essere il segno dell’esorbitanza della donna rispetto alla madre. Non è un male, non è un sintomo; sintomatica e maligna è piuttosto quella maternità che distrugge la donna o, se si vuole, che rigetta la donna nel nome assoluto della madre.
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La gioia della generazione è contaminata dalla possibilità della perdita e della catastrofe; il confine tra la vita che viene al mondo e la possibilità della sua scomparsa è labile e riguarda sia la madre che il figlio.
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Le madri non amano il figlio nonostante non sia ideale; lo amano proprio perché non è ideale, perché è quel figlio particolare.
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Una madre non esige il figlio ideale, non ama il figlio a partire dalle sue capacità, dalle sue facoltà o dalla sua bellezza. L’amore materno è amore non per l’ideale, ma per il reale del figlio, è amore per il suo nome proprio.
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La vita governata dall’istinto è vita senza eredità o, se si preferisce, è vita che riduce l’eredità a un fenomeno biologico, all’acquisizione di geni e di istinti.
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La madre più solerte, più attenta e precisa nello svolgimento delle sue mansioni, ma priva di desiderio può essere un incontro assai più nocivo di quello con una madre semplicemente assente.
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E non c’è forse, in ogni esperienza di maternità, un’annunciazione, l’attesa di un evento nuovo, l’esperienza della vita che comincia, della vita che sorge dalla vita e che non può mai trovare alcun modello in ciò che già esiste, che non è replica analogica di nulla, di nessuna esistenza che è già nel mondo? Lo avevamo già visto: la nascita di un figlio non è solo il venire al mondo di qualcuno che attendevamo, ma porta con sé la trasformazione del mondo com’era prima, rende possibile un altro mondo rispetto al mondo che già conoscevamo.
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La madre che invece sa rinunciare alla proprietà sul proprio figlio è la madre che gli restituisce una seconda vita al di là di quella che viene al mondo tramite l’evento della nascita.
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La clinica psicoanalitica mostra come il passaggio all’atto infanticida e, più in generale, i maltrattamenti infantili di ogni genere abbiano molto spesso come loro matrice una coppia madre-bambino che prescinde da ogni riferimento a un terzo capace di assicurare un limite al desiderio materno. L’esistenza di questo limite dovrebbe essere stabilita innanzitutto dal legame amoroso da cui la vita del figlio scaturisce e che separa l’esistenza della donna da quella della madre. Senza una sufficiente distanza tra la madre e la donna, la madre e il bambino si confondono, si annullano reciprocamente, dando luogo a una simbiosi mortifera o a una conflittualità colma di odio e di violenza. In questi casi non è solo la madre che divora il bambino, ma – consacrando follemente la sua vita a quella del figlio – è la donna che viene divorata dalla madre. Se il bambino esaurisce l’orizzonte del mondo – se la madre cancella la donna –, il figlio diviene un oggetto che richiude il desiderio della donna sul desiderio della madre. Il mondo allora si contrae in un mondo chiuso e la diade madre-figlio diventa il modello di una relazione che non può sopportare alcuna forma di separazione.
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È stato il dramma di Pasolini, scolpito in una tra le sue poesie più celebri, intitolata non a caso Supplica a mia madre: 
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, 
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. 
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: 
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. 
Sei insostituibile. 
Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. 
E non voglio esser solo. 
Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. 
Perché l’anima è in te, sei tu, 
ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù.
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Medea mostra in tutta la sua evidenza la non coincidenza tra la donna e la madre. È perché si è sentita rifiutata e offesa come donna che si cancella come madre cancellando, a sua volta, anche la vita dei suoi figli.
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Il problema della madre narcisistica non è, infatti, quello di separarsi dai propri figli, ma quello di doverli accudire; non è quello di abolirsi masochisticamente come donna nella madre, ma quello di vivere il proprio diventare madre come un attentato, un handicap, anche sociale, al proprio essere donna.
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Ma se la maternità è vissuta come ostacolo alla propria realizzazione è perché si è perduta quella connessione che unisce generativamente l’essere madre all’essere donna. Se c’è stato un tempo – quello dell’ideologia patriarcale – in cui la madre tendeva a uccidere la donna, adesso il rischio pare l’opposto: che la donna possa uccidere la madre.
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una vita inerme si sostiene solo grazie alla vita dell’Altro. Questo significa che non esiste alcuna onnipotenza narcisistica infantile perché la sola onnipotenza che conosciamo è quella dell’Altro materno alla quale la vita del bambino è letteralmente sospesa poiché è la madre che decide “arbitrariamente” se rispondere agli appelli del bambino.
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Il bambino può mettere in atto diverse manovre per provare a bucare questa onnipotenza cercando di rendere la madre mancante. I capricci infantili sono manovre di questo genere. Non sono affatto l’espressione di un’onnipotenza infantile, che non esiste, ma servono al bambino per provare a ridurre l’onnipotenza materna facendo posto alla propria particolarità.
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Il ravage indica un legame che non si esaurisce mai, non pur essendo distruttivo, ma proprio perché distruttivo. L’odio, ha dichiarato una volta Lacan, è una “carriera senza limiti”. 
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