14.12.15

Ognuno potrebbe (Michele Serra)

Arrivano, certe bollette e certe lettere di ingiunzione, come la luce di certe stelle ormai spente da millenni. La morte ha potere su tutto, non sulla burocrazia.
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Me la vedo: coi riccioli sospesi sul volto, i begli occhi neri chini sulla tastiera, l’egòfono nella mano sinistra e la destra che digita febbrile, un passo giù dal marciapiede magari per scansare un’auto parcheggiata o un altro digitambulo come lei, il ciclista che non riesce a frenare e la prende in pieno, lei che per prima cosa, anzi primissima, cerca l’egòfono per terra e controlla che non abbia subìto danni; e soltanto dopo la perizia tecnologica si dedica a quella fisiologica, si tocca la fronte, vede le dita bagnate di sangue.
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Gli dico che se sapesse da dove viene la parola selfie classificare quella scenetta gli sarebbe più facile. E allora dimmelo e facciamola finita, mi dice. E allora te lo dico, gli dico. Vuol dire pugnetta. Farsi un selfie, prima dell’egòfono, ha sempre voluto dire: farsi una pugnetta. Se preferisci, una pippa. Anche se qui da noi è più corrente dire sega. Sai come siamo, qui da noi.
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perfino la coppia, come forma di comunità, è diventata troppo impegnativa per un’umanità di narcisi patologici. La coppia è l’embrione di qualunque tipo di società. Uno più uno, la somma più elementare, quella che rende possibili tutte le altre somme. Se non si riesce a fare più neanche uno più uno, vuol dire che nessun’altra somma sarà mai più possibile... Esisterà solo l’uno. Dunque esisterà solo l’io. Ognuno con il suo egòfono acceso. Muto con chi gli sta intorno, loquace solo con chi ha il merito di rimanersene a debita distanza.
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Mi dice che anche quella è una battuta, e che il mio problema è che non parlo mai sul serio. Gli dico che se parlassi sul serio finirei per dire cose molto più gravi e irrimediabili, rendendo impossibile il suo compito di sdrammatizzatore.
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Mi levo di mezzo io prima che (non) si ponga il problema lui. Non ho mai capito, in tutti questi anni, se sia timidezza o alterigia la molla che mi spinge a evitare l’urto con gli altri.
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Forse, infine, nessun dramma personale è tale da poter essere vomitato in faccia agli altri. Per quelli rimediabili, basta e avanza la commedia. Per quelli irrimediabili, in novecentonovantanove casi su mille è preferibile il silenzio. È più decente.
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la mia opinione è che ognuno dovrebbe fare un passo indietro. Da tutti i punti di vista. Anche fisicamente. Darsi un poco di spazio e, dandoselo, darne anche a chi gli sta intorno. Come c’è un frattempo tra un’azione e l’altra, così dovrebbe esserci un fralluogo tra una persona e l’altra. E come il frattempo, così il fralluogo serve a dare fiato. Un passo indietro e una parola di meno. A cominciare da me, che sto decisamente parlando troppo di me stesso.
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Sono io, dunque, a non essere più così ragazzo. Ascolto i dischi di gente che è diventata, senza avvisarmi, scandalosamente più giovane di me. Ogni anno che passa, un sacco di gente famosa è un poco più giovane di me. Poiché ho l’idea di essere, grosso modo, sempre lo stesso, e di vivere sempre alla stessa maniera, mi prende alla gola come un cappio la sensazione, vertiginosa, che siano gli altri a ringiovanire. Non io che invecchio. Gli altri che ringiovaniscono.
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Se la tirano da padroni, ma hanno lo sguardo del servo. Se sono così arroganti, così furiosi, è perché sanno di essere servi per l’eternità, e più diventano ricchi più rimangono servi, e più rimangono servi più la loro ricchezza, invece di sollevarli, li fa sentire a terra.
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Le mode hanno questo di buono, che invecchiano e a poco a poco si levano di torno, almeno loro.
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Stanotte finalmente l’ho capito, perché continuano a fabbricare rotonde: per farci capire che il nostro destino è sbagliare strada.
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