26.9.16

Capo (ri)parto

Il mio primo chilometro lo devo aver corso sulla spiaggia d'inverno, avevo delle calze di spugna e una tuta larghissima, ai piedi un paio di scarpe da trekking. Ci siamo guardati e abbiamo detto perché non arriviamo laggiù? Il fiatone e il cuore nelle tempie, e le prime vesciche da subito.
I miei primi tre chilometri li ho fatti sul tapis roulant, prima della lezione di spinning e dopo una mezz'ora di pesi. Ai piedi un paio di sneaker di pelle, addosso i pantaloncini con il cavallo imbottito. Dovevo farli, dovevo dimagrire e bruciare il più possibile.
I miei primi cinque chilometri non li ricordo, non c'è stato un battesimo. Ricordo di essere stata al Decathlon e di aver fatto incetta di tutto quello che era un abbigliamento basic da running, con una scarpa Asics che era pure un modello da uomo, azzeccando almeno la calzata da pronatore.
I miei primi dieci chilometri sono arrivati subito dopo i tre, senza preparazione, solo con il fiato che mi ero fatta sfiancandomi su una spin bike. Era il circuito del Parco Nord.
Era il marzo 2009, un mese dopo ho corso la mia prima Stramilano, 10K con tutta calma.
Non si riusciva a correre tra cinquantamila persone, un dolore ovunque, ginocchia infiammate, indossavo ancora le fasce patellari. Ricordo di averci impiegato una vita a finirli quei lunghi dieci chilometri, un po' cocente quella delusione.
I chilometri sono diventati diciasette. Era un fine agosto, molto afoso. Le giornate si erano già accorciate. Mio marito dietro che mi faceva luce sulla strada con il lume della bicicletta. Ero partita al tramonto, tornata con il buio pesto sulla pista ciclabile lungo il fiume Marecchia. Per la prima volta ho provato una sorta di stato di grazia. La fatica è tanta, ma il corpo - in sintonia completa con la mente -  procede nonostante la fatica. I pensieri vagano per conto loro in maniera tranquilla, senza ansia. Tutto fila liscio. Si macina strada e tempo senza quasi accorgersene.
Dai diciassette sono arrivata alla mia prima mezza maratona, era settembre 2009 a Monza. Correre dentro l'autodromo e poi nel parco, lontano dal traffico e dal rumore.
Ogni volta che prendi in mano il paletto dei tuoi limiti e provi a piantarlo un pochino più lontano, ti trovi in mezzo a pensare ok sono nella terra di nessuno, qui ancora non ci sono stata, è tutto nuovo: è la magia della scoperta e dell'incognito che si rinnova ogni volta, pur essendo adulti è una scoperta sempre nuova.
Finita la mezza piansi di felicità. Quando sei così felice vedi chiare tutte le fortune che ti sono capitate nella vita. Sono i rari momenti di autentica gratitudine verso la vita, gli affetti e te stesso.
Passata la festa, se hai fortuna, ti rimane la voglia di migliorarti.
E' arrivata la maratona, e poi ancora un'altra e un'altra.
Il lavoro più difficile è continuare a trovare motivazione, perché la corsa è una donna che va conquistata molto difficilmente e si concede raramente. E' permalosa, se la prende per un nonnulla e volta le spalle, e ogni volta da capo se la si trascura, bisogna conquistare la sua fiducia e non deluderla. Negli anni, io e questa signora scorbutica, ci siamo amate e odiate tante volte, il nostro amore ha fatto le corse sulle montagne russe. Alla fine ha sempre vinto lei, ma ho dovuto imparare a usare le sue regole. 
Ma poi è stata la volta di Ester.
Ci ho provato a far ripartire le mie gambe, ma soprattutto ad accendere il cervello. Ho dato la scusa ai postumi di un parto troppo veloce. Mi sono fatta sistemare il corpo, ma se non aggiusti la mente la macchina non parte.
Mi do tempo, forse fin troppo, ma tutto riparte e io no.
Aspettiamo un altro po'.



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