28.9.16

L'unica cosa che devi fare

Ho aperto la cartella delle bozze. Il 3 marzo 2015 scrivevo questo senza pubblicarlo, non ricordo perché. Magari ti piace.

Questo è l'ennesimo post sulla corsa, ne parlo spesso perché al momento mi occupa gran parte dei pensieri che non siano i soliti affetti e il lavoro. Per cui se desideri che io prenda fuoco spontaneamente evita di andare oltre, perché credo che il mio pigiama contenga un'alta percentuale di acrilico.
Ho chiuso la mia terza maratona, e come accade da un po' mi piace raccontarla per tirare un po' le somme per tentare di coinvolgere chi si sta appassionando e chi vive la corsa già da qualche tempo.
L'unica cosa che devi fare è massacrare le tue paure.
c'è una guerra che si combatte con le armi che inventi tu
c'è una guerra che si festeggia solo quando non c'è più
perché i mostri che hai nella testa
puoi sconfiggerli solo tu
se non pensi a te stesso spesso
tu puoi diventare tutto quello che vuoi tu.
Vorrei averli scritti io, invece no, sono versi di una canzone di Marta Sui Tubi.
Di paure dentro di noi ne abbiamo accatastate da bruciare per tutti gli inverni - e oltre - della nostra vita . Estremizzando si va dalle paure paralizzanti, sino a quello che si definisce semplice pesaculismo: la svoglia di fare qualcosa insomma. E in mezzo si trovano tutte le possibili gradazioni.
Come per un esame, penso ci sia sempre un momento di rifiuto, si palesa quell'istinto di scappare di fronte ad una difficoltà, alquanto cretino dal momento che alla maratona mi ci sono iscritta firmando di mio pugno. Eppure la ragione mi diceva di non farlo, perché ero stanca di spararami da due mesi gli allenamenti lunghi nel fine settimana, dovendo costantemente controllare uscite, alimentazione, ore di sonno.
Io sabato, dopo aver ritirato il pettorale, la gara non la volevo proprio fare. Troppa stanchezza, una repulsione del dover affrontare l'ultima grande fatica. Era sì fatica mentale, ma anche tanta paura. La paura minore era di non arrivare alla fine, quella più grande - può sembrare idiota - di ottenere un risultato peggiore di quello raggiunto la volta scorsa. 
Quindi mi sono fatta venire gli occhi lucidi, ho fatto tremare il labbro inferiore, farfugliando qualcosa tra il "fanculo tutto" e "non ce la faccio più", poi in hotel ho preparato meticolosamente la borsa, pinzato il pettorale alla divisa, mi sono fatta un sonno agitato intermittente con la paura di non svegliarmi alle 5:30.
Treviso è una bellissima bomboniera che profuma di provincialismo in maniera stucchevole, lo stesso che mi ha fatto scappare lontano verso terre meno attraenti esteticamente. Tuttavia scegliere questa gara è stata una mossa vincente perché:
- l'organizzazione è davvero ottima come si dice, grazie anche alla presenza di 1800 volontari (in rapporto 1:1 con gli atleti);
- la gara parte da Conegliano, che si raggiunge gratuitamente con un treno messo a disposizione per la gara;
- un tracciato che sale leggermente sino al 16° Km, per poi scendere gradualmente sino all'arrivo in città, è fatto di lunghi rettilinei che non rompono il ritmo;
- il tifo nei paesi attraversati è eccezionale e dà un carica enorme;
- al ristoro trovi tutto persino il pasta e fagioli da accompagnare a una birra fresca fresca.
 

Quello che nei fatti è una cronaca chilometro dopo chilometro della gara, in realtà è un viaggio molto personale che va a scavare a fondo l'anima per farne emergere una persona ogni volta un po' diversa. Ripetere questo tipo di sforzo permette di conoscere molto meglio il nostro corpo, a riconoscere i suoi segnali, a non spingere troppo rischiando di scoppiare a 3/4 di gara.
La corsa non può essere metafora della vita in tutti gli aspetti, però la si può assimilare a un organismo, una tua appendice che devi imparare a conoscere, e se non hai la fortuna che qualcuno ti insegni, devi fare allora affidamento solo sui tuoi sforzi, determinazione ed anche errori. 
A volte capita di dare dei consigli a chi si cimenta nella corsa, un po' sull'onda di quella che è diventato un fenomeno di massa. Dall'altra parte queste raccomandazioni invece vengono lette come il voler limitare le capacità altrui per non far arrivare prima al risultato.
In realtà, a meno che tu non sia un fenomeno particolarmente portato per questo sport (e bada che ne conosco che hanno avuto questa fortuna), quello che noto è la foga nel voler arrivare quanto prima al risultato, che sia correre una mezza o una maratona intera. Non bisogna perdere di vista che il corpo va abituato allo sforzo della corsa.
Potresti preparare un maratona da zero a 6/9 mesi, potresti chiuderla e nemmeno troppo male, ma con tutta sicurezza ti potrei dire che poi non avrai più voglia di correre, per molto tempo, se non farlo più per tutta la vita.
Per chi nasce "normale", e ha la fortuna di avere un corpo che tutto sommato funziona regolarmente, ecco, metti in conto tanti piccoli infortuni, tante partenze e altrettanti stop. Dovrai imparare a gestire carichi via via maggiori di energie mentali e fisiche. Dovrai importi di uscire con regolarità, farti violenza quando meno ne avrai voglia. Difficilmente troverai qualcuno che uscirà con te, che abbia la stessa progressione di allenamento. Metti in conto tanta solitudine. La solitudine nella corsa arriva a grattare i nervi.
Sei pronto a questo? A sentirti nudo, indifeso, obbligato a farcela con le sole tue forze? 

1 commento:

  1. Che bello leggere il tuo blog..
    spero non ti dispiaccia.. In quante cose mi trovo e in quante cose vorrei trovarmici di più. =)
    io una maratona non l'ho mai fatta...ero arrivata ai 15 ma le sensazioni che hai descritto le provavo tutte. eppure anche io non riparto, non riesco ancora..e i motivi saranno simili? Buona giornata! =)

    RispondiElimina