28.8.17

Dai la cera, togli la cera

Avrei dovuto scriverlo ieri, ma ovviamente ero presa a fare altro. Dove altro sta per allestire la fioriera per l'autunno (sì, è ancora agosto, ma chiaramente non vedo l'ora che finisca questa estate che dura da almeno tre anni), a bestemmiare in silenzio sdraiata su un tavolo come una brutta copia di bambola Ramona a farmi depilare la qualunque dall'estetista, a sistemare l'infinite messy chaos che si autogenera in casa. Insomma, ce l'avevo in mente fino a sabato, ne sono certa. Poi come mi succede sempre con i compleanni, qualsiasi ricorrenza me la dimentico il giorno stesso. E ci faccio la figura di merda. Sempre.
28 anni fa morì mia nonna Pia. 
Wow, Sara, sempre allegrona tu. 
Per me quella data è importante perché sancì il  mio passaggio precoce all'età adulta. Certo, ho continuato a giocare con le bambole ancora per tanto tempo, a farmi vestire secondo i gusti degli adulti. Ma quel giorno qualcosa si spaccò.
Ne ho già parlato in un altro post. Mia madre aveva trascorso la terza notte di seguito al capezzale di nonna. Un male brutto e veloce la fece peggiorare in poco tempo, anche se era già ricoverata da una ventina di giorni all'ospedale. In quell'ala i casi gravi e prossimi alla morte venivano posteggiati nelle stanze più lontane e con i numeri più bassi. Lei era nella camera 1 o 2, e questo già la diceva lunga. Poi, negli anni sonno arrivate gli hospice, le case di cura mediocri, ma allora in attesa di morire c'era solo l'ospedale.
Nonna era alimentata da un sondino nasale, o forse dal tubicino usciva il travaso di bile, in ogni caso emanava un odore fortissimo di morte. Di fianco c'era una signora che tutto il tempo si lamentava: "soddumesi che stoqqua, du meeesi".
Quelle notti che mia madre rimase di fianco a lei, mio padre era assente perché lavorava, mio fratello in licenza militare era in giro con amici o in ospedale. E io? Ricordo che rimanevo da sola quelle notti. Non tutta la notte, ma qualche ora.
La mattina del 27 agosto corsero tutti all'ospedale. Mio fratello era andato a dare il cambio a mamma, che giusto il tempo di arrivare a casa e scappò via per la telefonata dell'imminente evento. Mio padre si alzò dal letto, e cià Sara, vado pure io.
Io, ciccia. Sola. Me la cavai lo stesso.
Quello che mi rimase impresso fu mia madre quando tornò in giornata dall'ospedale. 
Quando ti muore qualcuno devi portare a casa i suoi effetti personali. La vestaglia, le ciabatte, le camicie da notte, il beauty case, il pacco dello zucchero, i biscotti. Mia madre aveva infilato tutto in due sacchetti della spesa, stava nella penombra e fissava il vuoto con gli occhi lucidi. Non piangeva, c'era solo desolazione. Una profondissima desolazione. Vederla così mi fece male. Intuire la vulnerabilità di un genitore, che fino a un momento fa era la tua roccia, il tuo gigante, fece crollare qualcosa dentro. L'infanzia cedette.
Mamma sapeva che quel viaggio all'ospedale sarebbe stato l'ultimo. Nonna, all'oscuro del suo stesso male, inconsapevolmente era passata a salutare tutta la casa prima di ricoverarsi. Quella casa enorme che da donna analfabeta era riuscita comunque a tirare su. 
Mia madre, dopo 28 anni, non si è ancora rassegnata a questa perdita. Non c'è giorno che passi che non ti dica quanto le manchi la Piaza.
Nonna, mi manchi tanto.
La mia domenica è passata comunque, nel caldo atroce agostano. Con Ester che mi fruga nel cassetto delle mutande e mi scova una giarrettiera (perché la gente regala 'ste cagate per Natale?) e mi fa cenno del tipo "tiè, mettila". E io l'ho indossata sulla fronte come Karate Kid. Noi, le grasse risate. 
La amo alla follia.

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