1.8.17

Mio fratello rincorre i dinosauri: Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più (Giacomo Mazzariol)

È il momento migliore, quello: quando hai il pacchetto tra le mani e non l’hai ancora aperto. In quell'istante tutto è possibile. Una volta che lo apri, be’, il contenuto è quello che è: se ti piace bene, se non ti piace pazienza. Ma quando ce l’hai tra le mani, il pacchetto, e lo tocchi, e lo soppesi, e cerchi di capire cosa contiene (e non lo sai), ecco: che meraviglia! Certe volte viene da pensare che è quasi meglio non aprirli, i pacchetti. Che è meglio continuare a sognarci sopra.
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nella vita ci sono cose che si possono governare, altre che bisogna prendere come vengono. È talmente piú grande di noi, la vita. È complessa, ed è misteriosa…– Mentre lo diceva aveva gli occhi che luccicavano: lei ha sempre questi occhi pieni di stelle quando parla della vita, anche oggi.– L’unica cosa che si può sempre scegliere è amare,– disse.– Amare senza condizioni.
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Aveva paura di tantissime cose, lui. Di Babbo Natale, per esempio. Lo so, la domanda è: come si fa ad avere paura di Babbo Natale? Io, tanto per dirne una, intorno agli undici, dodici anni, a Babbo Natale ci credevo ancora. Nel senso che se avessi trovato la letterina indirizzata a Babbo Natale nelle mani della mamma, come tanti affermavano di aver visto, con tutta probabilità, piuttosto che smettere di credere a lui, avrei smesso di credere all'esistenza della mamma.
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A volte immagino quanti pensieri abbiano riempito di nuvole la mente dei nostri genitori, in questi anni. Ma se quelle nuvole portavano pioggia, be’, noi non lo abbiamo mai saputo: a noi non ne arrivava neppure una goccia. Mamma e papà si sono sempre beccati la pioggia al posto nostro.
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Mi resi conto, quel giorno, che da troppo tempo avevo smesso di farmi domande. E che avevo smesso di farmi domande per paura delle risposte. Il mio equilibrio si basava sul non chiedere e sul non sapere. Sul non pensare.
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Gio creava mondi. Ognuno di noi camminava con lui lungo una strada personale. E la cosa pazzesca era che riusciva a essere diverso con tutti, ma sempre sé stesso. Non era matematica, Gio, che una volta trovata la soluzione è sufficiente replicare i passaggi per ottenere sempre lo stesso risultato. No, lui era piú basket, dove, se una volta hai fatto canestro, poi non basta che replichi il movimento per riuscirci di nuovo. Mi convinsi che dovevo trovare il mio modo personalissimo di fare canestro.
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Era bello gironzolare cosí, senza meta; se giri senza sapere dove vai non corri mai il rischio di perderti.
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Consideravo le ragazze che ascoltavano Rihanna o Taio Cruz tutte uguali. Per me erano superficiali, si alzavano alle 6.45, adoravano i gatti ed erano vegane. Una cosa del genere.
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Nella zona l’ottanta per cento dei turisti era tedesco. È lí che ho imparato a dire Die Katze in der Kühl, il gatto in un luogo freddo, e Meine Kuli ist rot, la penna è rossa. I tedeschi. Gente interessante.
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Cominciai a ringraziare Dio di non avermi fatto cosí, come quelli che mi offendevano. A loro è andata peggio: sono nati senza cuore. Arrivai persino a ringraziarlo per quel cromosoma in piú.
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In ogni caso, ciò che piú mi rimase impresso, di quell’episodio, fu il potere straordinario, salvifico, dell’ironia. Questo avrei tenuto a mente, se avessi mai deciso di fare il mio tutorial: usare l’ironia. Con affetto. Smontando l’offesa, permettendo alla persona in questione di capire che la diversità fa parte della vita, e che abbiamo tutti qualche sindrome..

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