12.4.18

Mi vivi dentro (Alessandro Milan)



Però promettimi anche tu una cosa». «Quello che vuoi». «State vicini. E cerca di donarle tutti i sorrisi che puoi, tutti quelli che si riescono a rubare ai pensieri più brutti».


La morte e l’irreversibilità che ne deriva agisce così, su chi rimane. Crea un senso di colpa postumo tremendo, perché pensi a tutte le parole sbagliate che hai detto, ai gesti che non dovevi fare e che ora vorresti cancellare, ai litigi per stupide questioni che vorresti dimenticare, a tutti quegli istanti che avresti potuto passare con la persona che amavi e che invece hai dedicato ad attività stupide: una partita a tennis, un cinema con i colleghi, una passeggiata da solo.


Sono al bar dell’ospedale quando chiamo la psicologa di Angelica. E imparo una lezione di vita che non scorderò mai più. «Pronto, signor Milan?». «Buongiorno dottoressa». «Come sta?». «Insomma, diciamo che siamo in attesa. Ho bisogno di un suo parere». Le racconto tutto. Farlo mi dà già un minimo sollievo. Mi sento meno solo. «Vede, gli adulti pensano di proteggere i bambini nascondendo loro le cose. Ma è un errore, mi creda». «È quello che pensavo anche io. Però volevo sentirlo da lei». «Io le dico: li porti in ospedale. Faccia in modo che possano salutare la mamma. Sempre che Francesca non stia troppo male, sempre che sia cosciente». «Sì sì, lo è, ma chissà per quanto». «Allora lo faccia subito. Lo chieda prima a sua moglie, ovviamente, e se non vuole cerchi di convincerla con una scusa. È importante che i bambini la vedano, anche un’ultima volta. Soprattutto se, come mi ha detto, quando l’hanno salutata lei era arrabbiata con loro». «Ok» rispondo cercando di ricominciare a respirare. «I bambini affrontano la morte come una delle componenti naturali della vita, più di noi adulti. Meglio di noi. Sono molto resilienti». «Non voglio mentire ai miei figli» confermo più che convinto. «Mai farlo. Essere onesti è il primo ingrediente per tenere unita la famiglia».


Perché? Perché un pezzettino di quel tumore l’avevo anche io, cazzo. Sì, io e non lei. Basti pensare alla volta in cui stavamo arrivando in ospedale per il suo terzo ciclo di chemio e appena mi ero avvicinato al reparto mi era venuta una nausea terribile, veri e propri conati di vomito. A me! Eppure era lei a dover subire le infusioni di medicinale. Dopo, finito tutto, ne avevamo anche riso insieme, lei aveva scherzato: «Pensa come siamo innamorati, addirittura ti sei fatto venire il mal di stomaco al posto mio». Ma forse, più della nausea, condividevamo un pezzo di tumore. Solo che a lei mangiava il corpo, a me l’anima.

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