20.8.20

08 Settembre 2020

1) I bambini, i genitori degli altri bambini, la società, il mondo intero e l'universo tutto hanno la capacità di far germinare un super potere manco fosse la candida nei periodi di stress. Il super poter in questione è il l'arcinoto senso di inadeguatezza. 

Stamattina Lalo (Eros, per tutti gli altri) ha raggiunto i piani altissimi dei TT (aka terrible two), che a mio avviso avrebbe richiesto un TSO, ma poi si è risolto con una pesantissima dose VDMVAN (Vergogna Depressione Mi Vado A Nascondere). Allora mi chiedo, ma solo i miei figli fanno tutte queste storie? Perché i figli degli altri sono impeccabili? Forse perché non li vedi perché il tuo - poraccio!- lo scarichi prima di tutti e lo riprendi dopo tutti ? Molto probabile.

2) Tre giorni fa mi pizzicava la gola, due giorni fa mi pesava la testa e mi facevano male le spalle, ieri mi giravano le palle, oggi mi cola il naso.

Prendo tutte le precauzioni per evitare il birus. Mi lavo le mani, più estesamente mi lavo che non fa mai male. Metto la mascherina, starnutisco nella mascherina, rimango rintronata tutto il giorno. Arrivo al lavoro, timbro e passo la mano sotto il dispenser del gel disinfettante. Ma il dispenser è fornito dal padrone del palazzo, notoriamente tirchio. Quindi il primo passaggio alla fotocellula deve essere negazionista. Questo birus non esiste, togliti la mascherina, anzi tienila che sei più carina (!). Allora io che mi sono fatta furba passo una seconda volta e finalmente esce una stilla del prezioso gel. Sono finalmente "santificata" e posso andare a lavorare.

3) Finalmente inizia la scuola per tutti, e forse dalla chat dei genitori della materna usciranno i morti di attenzione che hanno gonfiato lo sacco scrotale fino a ieri, ma temo rimarranno perché dopo scaccolarsi nel traffico, la massima perversione è rimanere nei gruppi wanzap in cui sei obsoleto per continuare a leggere quello che fanno i posteri.


15.2.20

Le otto montagne (Paolo Cognetti)

Alcune volte all’anno mia madre prendeva un treno il sabato mattina, tornava la domenica sera un po’ piú triste di quando era partita, poi si faceva passare la tristezza e la vita continuava. C’erano troppe cose da fare, persone a cui badare per coltivare malinconie.

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Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.

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La sera mia madre mi chiedeva dov’eravamo stati. – Qua in giro, – rispondevo scrollando le spalle. Davanti alla stufa le davo poca soddisfazione. – Hai visto qualcosa di bello? – Ma sí, mamma, il bosco. Lei mi guardava con malinconia, come se mi stesse perdendo. Credeva davvero che il silenzio tra due persone fosse l’origine di tutti i guai. – A me basta sapere che stai bene, – si arrendeva, lasciandomi ai miei pensieri

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Ma ormai avevo imparato a fare le domande degli adulti, in cui si chiede una cosa per saperne un’altra.

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Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei piú e metterti addosso una gran tristezza

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Stavo imparando che cosa succede a uno che va via: che gli altri continuano a vivere senza di lui.

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Cominciò a girarmi in testa quella frase, la sua unica fortuna è stata liberarsi di lui, e mi chiesi se fosse accaduto lo stesso a mia madre. Poteva anche essere, per come la conoscevo. Forse non proprio una fortuna, ma magari un sollievo. Mio padre era stato un uomo ingombrante. E prepotente, e faticoso. Quando era nei dintorni esisteva soltanto lui: il suo carattere esigeva che le nostre vite gravitassero tutte intorno alla sua.

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Allora spiegai che sugli altipiani non c’era abbastanza legna per cremare i cadaveri: il morto veniva scuoiato e lasciato in cima a una collina, perché lo divorassero gli avvoltoi. Dopo qualche giorno si tornava su, e c’erano solo le ossa. Teschio e scheletro venivano frantumati e impastati con burro e farina, cosí anche quelli diventavano cibo per uccelli.

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Eppure, fosse stato per noi, non ci saremmo sentiti per anni, come se la nostra amicizia non avesse bisogno di cure.

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Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e piú alta ha perso un amico.


14.2.20

La mammana (Antonella Ossorio)



avrebbe compreso che l’inferno altro non è che l’assenza di chi ci è caro.

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Ormai Bartolomeo ce l’aveva stampato in corpo che l’amore non si decide: per fortuna o per disgrazia, l’amore succede.

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per ogni oncia di gioia, sull’altro piatto della bilancia ci va lo stesso peso in dolore. Può darsi, pensava, che bene e male devono fare partita patta, sennò avendo troppo dell’uno o dell’altro si uscirebbe pazzi.

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Dato che Stella ancora tentennava, Lucina si ricordò di come qualcuno un giorno l’avesse aiutata a decidere ponendole il futuro tra le mani. Passare il testimone a chi aveva tutta la vita davanti: non era forse questo il premio piú grande per una madre?

12.2.20

Buon compleanno, Gattonza!

Squillo di trombe! Oggi questo blog compie DIECI anni. D.I.E.C.I.
Sono pochi? Sono molti? Sono abbastanza per aver stravolto la mia vita.
Ho cominciato a scrivere qua dentro che ero un rottame, in piena crisi esistenziale, coniugale, personale, e con tutte le parole che finiscono per -ale.

Ho viaggiato tanto, sono riuscita a vedere posti con il giusto grado di incoscienza e di energie. Da genitore non li avrei presi nemmeno in considerazione, tanto per dire.

Sono dimagrita abbastanza per vedermi meglio allo specchio, per sentirmi carina e desiderabile, più leggera per la corsa. Ma ho anche capito che magro non è sempre bello se devi essere schiavo della bilancia quando la tua costituzione non è proprio esile; che a volte si sta più sereni con qualche chilo in più. Stay ossa grosse, stay tranqui.

Contro ogni aspettattiva e sempre con un mare di paure, sono diventata mamma. Due volte. Se era dura con una figlia, senza aiuti di nonni o una rete di parenti, con due bambini ho capito che mi lamentavo del nulla, ma ci sono arrivata solo dopo. Prima era davvero una passeggiata di salute, ora una salita ripida su terreno accidentato. Per questo motivo i figli fateli da giovani perché sarete più forti, e non fateli nemmeno crescere agli altri, altrimenti vi perderete un sacco. Oppure non fateli proprio che non è mica obbligatorio e andrà bene lo stesso.

Diventando genitore la metamorfosi si è avviata naturalmente. Ho parecchie rughette, i capelli raramente in ordine, la schiena dolorante e la pancetta flaccida. Mi trucco al lavoro perché a casa non faccio in tempo. La moda che cos'é? Abiti morbidi e perlopiù sportivi, scarpe basse e veloci, zaino in spalla, orologio retroilluminato per vedere a che ora della notte vengo svegliata random. Sono sempre in debito di sonno ed energie, ma un cuore grande che scoppia di gioia. Sono un albero dove i bambini si arrampicano, sono la luce, la loro coperta. E questo mi basta.

Ho corso tre maratone, un numero indefinito di mezze e distanze intermedie. Ora non riesco a fare cento metri senza il fiatone, e sorpresa, la corsa non mi manca minimamente. Vado in bicicletta, con uno dei due bambini, raramente con entrambi, in compenso persino d'inverno purché ci siano più di 5°C. Mal sopporto l'auto, inquina e rende tutti nevrastenici.

Quest'anno compio 42 anni ed ho perso un sacco di persone. Alcune sono proprie morte. Un compagno di liceo, la mia compagna di stanza all'università, vari volti nella folla, e mio padre. Lui è ancora una ferita che si apre, si chiude e mai cicatrizza bene. Non mi sono mai sentita accettata pienamente nella famiglia di mio marito nonostante gli sforzi da entrambe le parti. Posso inoltre tranquillamente affermare che la mia famiglia di origine - le mie radici - non esiste. Siamo isole su una mappa. La mia famiglia è quella che mi sono creata e nulla più, un paio di amici, qualche conoscente, e stop.

Ho imparato che le amicizie finiscono e va bene così. Da qualche parte ho letto che l'amicizia non è fatta da persone ma da attimi che abbiamo condiviso (non era proprio così ma il senso sì). Ho capito che certi rapporti sono tossici e se non funzionano è inutile perderci tempo, quindi per andare oltre bisogna rompere i ponti definitivamente. Questo non significa che qualche volta non ci pensi lo stesso.

Il tempo sembra non bastare mai, è tutto troppo veloce e frenetico, o semplicemente troppo. Ho imparato che "less is more". Mi sono liberata di tanti oggetti, e con costanza rifaccio il punto della situazione, liberando spazio nella vita reale e in quella virtuale. Sono passata da essere social addict a insofferente verso le forme di condivisione. Non mi sparo più selfie, non ho più instagram, né twitter e odio linkedin. Non sopporto Facebook, tuttavia ho un account che mi serve solo per rimanere aggiornata su quello che fanno i miei figli al nido e materna. Rimane il caro vecchio Tumblr (scremato dell'impossibile), e questo blog che cerco di animare qualche volta. 
Insomma, tanti auguri alla Gatta Matta, brizzolata ma più saggia.

7.11.19

L'amore involontario (Chiara Marchelli)


Ma Philip la amava, la amava di quell'amore né bello né brutto, di chi non ha chiesto niente e un bel giorno si ritrova fratello e impara a respirare per due.
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Il pon pon celeste spunta a destra della foto, attirando l'attenzione dei nonni, che hanno lo sguardo sbocciato apposta per Chris quando era nato: il misto di gioia e apprensione che l'avrebbe
sempre seguito. Lui, il primo, il più esposto. Virginia ha ricevuto sguardi diversi da subito. Chissà da cosa nasce l'istinto a proteggere, e quello, invece, a lasciar liberi
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Faccio parte di quell'umanità che ha bisogno di esagerazioni per capire di che sostanza è fatta.
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Non ci bastavamo più: il nostro era un mondo generoso, volevamo regalarlo a un bambino.
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Anche i dottori avrebbero preferito lasciarlo andare, ma mamma ha perso forza, è diventata bambina. Con una paura oscena di restare sola. L'hanno rianimato tre volte, ne usciva sempre peggio. Io,
quando l'ho visto ritorto e vuoto sul letto d'ospedale, ho deciso che l'amore può essere molte cose, ma non un accanimento. Certe ostinazioni sono imperdonabili. Nascondono furia, diventano rancore. Mamma a quel punto era sfatta, ma non avrebbe mollato. Meno male che ha ceduto lui: sarebbe finita a odiarlo, se non fosse morto.
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Non avresti dovuto sposarti né fare figli se significava amarli così male. Ti accusavo (non te l'ho mai detto) di non avere avuto la forza di obbedire al tuo destino, che era quello di stare solo. Non ci sarebbe stato nulla di male.