7.11.19

L'amore involontario (Chiara Marchelli)


Ma Philip la amava, la amava di quell'amore né bello né brutto, di chi non ha chiesto niente e un bel giorno si ritrova fratello e impara a respirare per due.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Il pon pon celeste spunta a destra della foto, attirando l'attenzione dei nonni, che hanno lo sguardo sbocciato apposta per Chris quando era nato: il misto di gioia e apprensione che l'avrebbe
sempre seguito. Lui, il primo, il più esposto. Virginia ha ricevuto sguardi diversi da subito. Chissà da cosa nasce l'istinto a proteggere, e quello, invece, a lasciar liberi
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Faccio parte di quell'umanità che ha bisogno di esagerazioni per capire di che sostanza è fatta.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Non ci bastavamo più: il nostro era un mondo generoso, volevamo regalarlo a un bambino.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Anche i dottori avrebbero preferito lasciarlo andare, ma mamma ha perso forza, è diventata bambina. Con una paura oscena di restare sola. L'hanno rianimato tre volte, ne usciva sempre peggio. Io,
quando l'ho visto ritorto e vuoto sul letto d'ospedale, ho deciso che l'amore può essere molte cose, ma non un accanimento. Certe ostinazioni sono imperdonabili. Nascondono furia, diventano rancore. Mamma a quel punto era sfatta, ma non avrebbe mollato. Meno male che ha ceduto lui: sarebbe finita a odiarlo, se non fosse morto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Non avresti dovuto sposarti né fare figli se significava amarli così male. Ti accusavo (non te l'ho mai detto) di non avere avuto la forza di obbedire al tuo destino, che era quello di stare solo. Non ci sarebbe stato nulla di male.



29.10.19

Tutto vero, ma

Si dice che un grande dolore, una tragedia, una disgrazia, insomma una roba brutta, abbia il potere di avvicinare oppure, al contrario, di allontanare le persone. Tutto vero, ma.
Mio padre è morto poco più di due mesi fa, e all'inizio credevo che questo ci avesse stretto in un grande abbraccio. Una sorta di regalo, il pegno per la sua dipartita. 
La realtà invece è che la morte è un elastico: prima ci ha avvicinato e poi, quando l'elastico dell'emotività è tornato a riposo, anche noi abbiamo fatto lo stesso. 
Ora ho il magone quando rivedo le vecchie foto, ma a parte questo nient'altro. Possibile che appena due mesi mi abbiano fatto digerire la perdita di un genitore? Eppure pare sia così. Due mesi e ognuno è tornato alla propria vita, alle tribolazioni personali, ristabilendo quello spazio che già la distanza geografica aveva contribuito con tanta forza.
Il succo è che non smanio di tornare nella mia vecchia casa, di rivedere parenti brontoloni e/o pisciolunghisti. No. Tu chiamala se vuoi, influenza intestinale che ci ha massacrato la scorsa settimana. 

8.10.19

Le cravatte



Stamattina, mentre ero in coda al semaforo, in affanno e sudaticcia per la mia mattutina biciclettata disperata al timbra ore, sento il plin del telefono. Il papà di Elia è morto. Ciao, papà di Elia, non ci siamo mai conosciuti. Hai finito di soffrire, il tuo Purgatorio in terra è terminato. Gli scrivo un messaggino, il senso è che c’è poco da dire e tanto da riflettere per conto proprio. Capisco tutto: lo stordimento, l’incapacità di realizzare, il vivere monchi di qualcuno. Benvenuto tra gli orfani di almeno un genitore.

Mio padre se n'è andato il 20 agosto 2019. Per quanto mi fossi preparata, e lo avessi lasciato andare poco a poco negli anni, gli ultimi tre in particolare, la verità è che non si arriva mai pronti. Al momento ti puoi disperare, o ridere tanto. Io ho riso tantissimo mentre sceglievamo fiori, manifesti e tutto il resto, pure in camera ardente e al cimitero. Facevo ridere mia madre, mio fratello e la Ramona delle onoranze funebri.
Di lacrime ne avevo già versate prima, quando ho capito che ormai non c’era più nulla da fare se non accompagnarlo al suo ultimo atto. Ho pianto in vacanza mentre addormentavo Eros. Lacrime calde e silenziose. Ho pianto a singhiozzo con Ester; lei era atterrita ma non potevo fare di meglio, anche se il pianto di un genitore ti fa stare male, malissimo. Ho pianto sulla spalla di Giuseppe. Mi ha detto Sara, sei forte, lasciati andare. Ho pianto al collo di mio fratello, gli ho confessato che è stato un grande a seguirlo, mentre io vigliaccamente ho scelto di andarmene. Poi ho pianto con gli occhi gonfi e annebbiati al funerale, inginocchiata, con le voci dei ragazzini dell’oratorio. Che strano contrasto! Marina che esce a redarguirli ché ci vuole rispetto, e subito dopo rotola un pallone in chiesa dalla porta della sacrestia. E allora rido. Rido e piango.
Ho pianto nella stanza dove hanno spostato il suo corpo esanime e scheletrico, subito dopo la rianimazione. Ci siamo detti soffriva tanto, meglio così, ora sta sicuramente meglio. Non dobbiamo essere tristi per lui. Ho pianto a casa, davanti alla fila di cravatte mentre sceglievamo gli abiti per la bara. Lo sai che da piccola mi chiedeva a me quale doveva indossare quando uscivamo? E giù goccioloni e mia madre a tenermi su. Vedevo il suo fantasma ovunque. Non un fantasma vero, quello dei film per intenderci. Bensì spuntavano ricordi di lui da tutte le parti. Lo sentivo ancora lì. E ancora lo avverto in quella casa e mi aspetto di vederlo entrando nelle stanze.
Per quanto ci fossimo allontanati negli anni, e nonostante la malattia lo avesse completamente stravolto, impastandolo e tirandogli via tutto, lasciando solamente l’ombra di quello che era nel corpo e nell’anima, ecco, a me ora manca tantissimo. Mi manca mio padre, ma quello di quando ero piccola, adolescente e studentessa. Mi mancano quelle piccole attenzioni che aveva per la sua bambina, quelle che poi ho preso con forza e ho nascosto nelle pieghe dure del mio carattere per lasciare spazio al livore di non essere stato all’altezza dell’amore di cui necessitavo. Sai che gli ho augurato non so quante volte di morire nella rabbia più cieca? Che grandissima merda sono stata. Ed ero già genitore, ma forse è stata proprio questa condizione a far emergere ancora di più quel disperato bisogno insoddisfatto che avevo e che mai avrei voluto far provare ai miei figli.
La realtà è che ho ancora tanto su cui riflettere, tanto da tirare fuori da quell’enorme casino annodato dei miei sentimenti.

14.6.19

Il libro delle mie vite (Aleksandar Hemon)

Ma poi mi resi conto che sarebbe rimasta e diventata un ostacolo permanente, che l’amore di mamma per me non avrebbe piú toccato i livelli pre-sorella. Non solo la mia nuova sorella aveva usurpato quello che era stato il mio mondo, ma inconsapevolmente rivendicava la presenza di sé – un sé di cui peraltro era del tutto sprovvista – al centro di quel mondo. A casa nostra, nella mia vita, nella vita di mia madre, ogni giorno, di continuo, per sempre, lei era lí – quel fuligginoso non-me, l’altro. 
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Prepararmi il borscht mi ha aiutato a capire la metafisica dei pasti in famiglia: il cibo va cucinato sulla fiamma bassa ma costante dell’amore e consumato secondo un rituale di inalienabile comunione. L’ingrediente essenziale per un borscht perfetto è una grande, affamata famiglia.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Poiché l’anonimato sfiorava l’impossibile e la privacy era letteralmente incomprensibile (non c’è una parola per «privacy» in bosniaco), i tuoi concittadini ti conoscevano esattamente come tu conoscevi loro. I confini tra interiorità ed esteriorità erano praticamente inesistenti. Se per qualche motivo scomparivi, i tuoi concittadini potevano ricostruirti collegialmente a partire dalla loro memoria collettiva e dai pettegolezzi accumulati negli anni. Il tuo senso di quello che eri, la tua identità profonda erano determinati dalla tua posizione all’interno di una rete umana il cui corollario fisico era l’architettura della città. Chicago, al contrario, era concepita perché la gente anziché aggregarsi stesse prudentemente separata. Grandezza, potere e bisogno di privacy sembravano essere le direttrici della sua architettura. In tutta la sua vastità, Chicago ignorava la differenza tra libertà e isolamento, tra indipendenza ed egoismo, tra privacy e solitudine. In questa città, non avevo alcuna rete umana in cui potermi collocare; la mia Sarajevo, la città che mi ero portato dentro e ancora mi portavo.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
C’è sempre una storia, imparai in quel tragitto, piú straziante e avvincente della tua. E capii perché ero cosí attratto da Peter: appartenevamo alla stessa tribú di sradicati. Tra tanti avevo scelto lui perché avevo riconosciuto una parentela.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Era meglio tacere piuttosto che dire ciò che non aveva importanza. Occorreva proteggere dalle aggressioni delle parole sprecate quel luogo silenzioso che avevamo in noi, dove tutti i pezzi potevano essere disposti secondo una logica, dove gli antagonisti si conformavano alle regole, dove anche se eri a corto di  possibilità poteva ancora esserci un modo per trasformare la sconfitta in vittoria 
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Immedesimarsi al punto che tutto parla di te è ovviamente una forma onanistica di autocommiserazione (come se ne esistessero altre), per la quale ero sempre stato predisposto. 

13.6.19

#2 - Mio figlio non mi mangia

Mio figlio non mi mangia, però beve tanto. 
Lui è proprio contento e appagato in maniera totalizzante dal suo biberon, in braccio a mamma o a papà. Tanto che di notte, quando mi passa lo stordimento e la sonda latte è attaccata, io lo guardo e mi dico ma guarda che quanto è dolce e sereno. Un bimbo più bello mica esiste. 
Ma questo bel bimbone, dalle cosce tornite (Don Cosciotte per la nonna) e dalle guanciotte pienotte e dai grandi occhi azzurri, non ne vuole sapere delle pappette e di schemi propinati dal pediatra. C'è da capirlo, quella sbobba fa rabbrividire, allora prova il cibo degli adulti frullato. MANCO PER IL CAZZO. Appena lo riconosce come cibo lo schifa di netto o lo butta dal seggiolone. E cosa ci vuoi fare?
Io mi dispero, ho pure fatto fioretto di non bestemmiare. E quanta fatica mi costa.
Leggo forum di mamme, leggo libri di svezzamento, ho letto pure Gonzales. E tutti dicono che bisogna avere pazienza, pure il mio pediatra dice che si sbloccherà e si abituerà. Ma quel giorno mi sembra sempre più lontano. 
Il problema di tutti questi libri che ti dicono di lasciare fare al bambino, che si regola da solo, che arriverà la curiosità, che tanto il latte va benissimo come alimento. E bla bla bla bla. Il problema, dicevo, è che sono io la povera stronza paturniosa.
Il guaio di tutto questo è che lui, e io di conseguenza, dobbiamo confrontarci con una società che pretende che lui sia già avviato. Bambini che alla sua età possono stare a casa con la mamma o i nonni, questo problema non ce l'hanno, e che possano avere o meno i loro tempi non frega il cazzo a nessuno. Tanto, ripeto, stanno a casa.
Ma io, brutta merda sciagurata, ho deciso di inserirlo al nido a sei mesi e mezzo, perché la stagione è calda e quindi magari si prenderà meno bestie; perlomeno avrò a disposizione più giorni di maternità per dedicarmi a lui in caso di malattia. Nel mio bel piano c'era di consegnarlo già abituato a mangiare la sbobba, e invece no. 
E qui ti trovi una mamma iperapprensiva sull'argomento alle prese con educatrici a fine anno educativo già con i maroni gonfi da mesi e mesi di lavoro, che porca troia, mica c'hanno voglia di un bambino che fa storie, piange e si dispera quando vede il cucchiaino. E no, è una bella gatta da pelare. Quindi il povero picci, che fortunatamente cresce in abbondanza, sciopera di giorno la fame, e si rifà appena torna a casa tra le braccia amorevoli dei genitori.
Ha sorrisi che ti riempiono e fanno scoppiare il cuore, una mobilità già invidiabile nonostante la stazza taurina, ma la stronza sono io: ogni volta che vedo bimbi più piccoli di lui che finiscono la loro pappa per me è una stiletatta al mio orgoglio. Mi domando, ma sarà normale? Pensa se avesse problemi davvero seri, avrei già dato di matto in un secondo.
Ogni volta che sento che la figlia dell'amica è partita a quattro mesi a spalancare la bocca  senza la benché minima fatica, a me viene la rogna. Mi sale proprio la carogna sulla schiena, tanto che non ho nemmeno più voglia di rivederla o sentirla. Ma sarò imbecille?
Intanto mi sono pure votata alla santa delle cause perse: Santa Rita, pensaci tu.