14.6.19

Il libro delle mie vite (Aleksandar Hemon)

Ma poi mi resi conto che sarebbe rimasta e diventata un ostacolo permanente, che l’amore di mamma per me non avrebbe piú toccato i livelli pre-sorella. Non solo la mia nuova sorella aveva usurpato quello che era stato il mio mondo, ma inconsapevolmente rivendicava la presenza di sé – un sé di cui peraltro era del tutto sprovvista – al centro di quel mondo. A casa nostra, nella mia vita, nella vita di mia madre, ogni giorno, di continuo, per sempre, lei era lí – quel fuligginoso non-me, l’altro. 
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Prepararmi il borscht mi ha aiutato a capire la metafisica dei pasti in famiglia: il cibo va cucinato sulla fiamma bassa ma costante dell’amore e consumato secondo un rituale di inalienabile comunione. L’ingrediente essenziale per un borscht perfetto è una grande, affamata famiglia.
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Poiché l’anonimato sfiorava l’impossibile e la privacy era letteralmente incomprensibile (non c’è una parola per «privacy» in bosniaco), i tuoi concittadini ti conoscevano esattamente come tu conoscevi loro. I confini tra interiorità ed esteriorità erano praticamente inesistenti. Se per qualche motivo scomparivi, i tuoi concittadini potevano ricostruirti collegialmente a partire dalla loro memoria collettiva e dai pettegolezzi accumulati negli anni. Il tuo senso di quello che eri, la tua identità profonda erano determinati dalla tua posizione all’interno di una rete umana il cui corollario fisico era l’architettura della città. Chicago, al contrario, era concepita perché la gente anziché aggregarsi stesse prudentemente separata. Grandezza, potere e bisogno di privacy sembravano essere le direttrici della sua architettura. In tutta la sua vastità, Chicago ignorava la differenza tra libertà e isolamento, tra indipendenza ed egoismo, tra privacy e solitudine. In questa città, non avevo alcuna rete umana in cui potermi collocare; la mia Sarajevo, la città che mi ero portato dentro e ancora mi portavo.
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C’è sempre una storia, imparai in quel tragitto, piú straziante e avvincente della tua. E capii perché ero cosí attratto da Peter: appartenevamo alla stessa tribú di sradicati. Tra tanti avevo scelto lui perché avevo riconosciuto una parentela.
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Era meglio tacere piuttosto che dire ciò che non aveva importanza. Occorreva proteggere dalle aggressioni delle parole sprecate quel luogo silenzioso che avevamo in noi, dove tutti i pezzi potevano essere disposti secondo una logica, dove gli antagonisti si conformavano alle regole, dove anche se eri a corto di  possibilità poteva ancora esserci un modo per trasformare la sconfitta in vittoria 
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Immedesimarsi al punto che tutto parla di te è ovviamente una forma onanistica di autocommiserazione (come se ne esistessero altre), per la quale ero sempre stato predisposto. 

13.6.19

#2 - Mio figlio non mi mangia

Mio figlio non mi mangia, però beve tanto. 
Lui è proprio contento e appagato in maniera totalizzante dal suo biberon, in braccio a mamma o a papà. Tanto che di notte, quando mi passa lo stordimento e la sonda latte è attaccata, io lo guardo e mi dico ma guarda che quanto è dolce e sereno. Un bimbo più bello mica esiste. 
Ma questo bel bimbone, dalle cosce tornite (Don Cosciotte per la nonna) e dalle guanciotte pienotte e dai grandi occhi azzurri, non ne vuole sapere delle pappette e di schemi propinati dal pediatra. C'è da capirlo, quella sbobba fa rabbrividire, allora prova il cibo degli adulti frullato. MANCO PER IL CAZZO. Appena lo riconosce come cibo lo schifa di netto o lo butta dal seggiolone. E cosa ci vuoi fare?
Io mi dispero, ho pure fatto fioretto di non bestemmiare. E quanta fatica mi costa.
Leggo forum di mamme, leggo libri di svezzamento, ho letto pure Gonzales. E tutti dicono che bisogna avere pazienza, pure il mio pediatra dice che si sbloccherà e si abituerà. Ma quel giorno mi sembra sempre più lontano. 
Il problema di tutti questi libri che ti dicono di lasciare fare al bambino, che si regola da solo, che arriverà la curiosità, che tanto il latte va benissimo come alimento. E bla bla bla bla. Il problema, dicevo, è che sono io la povera stronza paturniosa.
Il guaio di tutto questo è che lui, e io di conseguenza, dobbiamo confrontarci con una società che pretende che lui sia già avviato. Bambini che alla sua età possono stare a casa con la mamma o i nonni, questo problema non ce l'hanno, e che possano avere o meno i loro tempi non frega il cazzo a nessuno. Tanto, ripeto, stanno a casa.
Ma io, brutta merda sciagurata, ho deciso di inserirlo al nido a sei mesi e mezzo, perché la stagione è calda e quindi magari si prenderà meno bestie; perlomeno avrò a disposizione più giorni di maternità per dedicarmi a lui in caso di malattia. Nel mio bel piano c'era di consegnarlo già abituato a mangiare la sbobba, e invece no. 
E qui ti trovi una mamma iperapprensiva sull'argomento alle prese con educatrici a fine anno educativo già con i maroni gonfi da mesi e mesi di lavoro, che porca troia, mica c'hanno voglia di un bambino che fa storie, piange e si dispera quando vede il cucchiaino. E no, è una bella gatta da pelare. Quindi il povero picci, che fortunatamente cresce in abbondanza, sciopera di giorno la fame, e si rifà appena torna a casa tra le braccia amorevoli dei genitori.
Ha sorrisi che ti riempiono e fanno scoppiare il cuore, una mobilità già invidiabile nonostante la stazza taurina, ma la stronza sono io: ogni volta che vedo bimbi più piccoli di lui che finiscono la loro pappa per me è una stiletatta al mio orgoglio. Mi domando, ma sarà normale? Pensa se avesse problemi davvero seri, avrei già dato di matto in un secondo.
Ogni volta che sento che la figlia dell'amica è partita a quattro mesi a spalancare la bocca  senza la benché minima fatica, a me viene la rogna. Mi sale proprio la carogna sulla schiena, tanto che non ho nemmeno più voglia di rivederla o sentirla. Ma sarò imbecille?
Intanto mi sono pure votata alla santa delle cause perse: Santa Rita, pensaci tu.

12.6.19

#1 - Mio figlio non mi mangia

Mi hanno detto di tornare a scrivere. Di fatto se non hai le forze di produrre endorfine con lo sport, perlomeno butta fuori con la scrittura. Il senso è questo. 
Non scrivo da troppo, però ci penso, mi dico dovrei ricominciare, ma poi quello legge e chissà che pensa. Pensa un po' sticazzi.
Il cruccio c'è, un tarlo grosso, largo è profondo. Il pensiero è uno: mio figlio non mi mangia. E' bello pinzo, ma lui vuole solo il latte. Manco stiamo a parlare di latte di tetta. Lui vuole quello artificiale: un prodotto industriale delle grandissime multinazionali.
Mio figlio rifiuta le pappe classiche, il cucchiaino, la frutta frullata omogeneizzata o tal quale. Rifiuta l'autosvezzamento. Di fatto rifiuta tutto tranne il latte. Ok ha sette mesi quasi otto, ma tutti sono partiti con il loro bel pappone, e lui no. Lui serra la bocca, gira la testa e piange. E io non me ne faccio una ragione. 
Ma adesso ciao, devo uscire. Torno domani con un altro piantino.

9.4.19

Invidia il prossimo tuo (John Niven)

Tempo dopo, molto tempo dopo, avrebbe avuto modo di chiedersi come sarebbero andate le cose se non gli fosse scappata di bocca quella frase. I piccoli interstizi della vita: gli attimi in cui pensiamo che non stia accadendo niente di significativo… E invece sta sempre accadendo qualcosa.


sembrava che l’infedeltà stesse diventando monopolio delle classi alte e basse. Se eri ricco sfondato, potevi combinarne di tutti i colori. Allo stesso modo, se vivevi in un quartiere malfamato, dove tutti ingroppavano tutti, dove una gravidanza era solo l’ennesimo modulo da compilare e l’ennesima coda in un orrendo ufficio dell’assistenza sociale, dove «scandalo» era solo l’ennesima rissa tra ubriachi in un sordido pub (la moglie e l’amante che si scagliavano l’una contro l’altra in un turbinio di anelli pacchiani e «troia schifosa»), anche lì potevi combinarne di ogni. Erano quegli idioti dei medioborghesi che di norma resistevano smettendo di scopare. Non potevano permettersi di divorziare. Connor, un amico di Alan, qualche anno prima era stato beccato con le mani nella marmellata. Tre figli, tutti in scuole private. Cacciato di casa. Era finito in un monolocale. In un cazzo di monolocale.


Be’, se siamo sicuri che riceverà quei soldi, potremmo anticipare il… – MAMMA! PAPÀ! STA COMINCIANDO FROZEN E NON RIESCO A… Era così che diventava qualsiasi conversazione tra adulti in una casa con due o più figli: un campo di battaglia di interruzioni, di frasi lasciate a metà, un cimitero pieno di pensieri di cui s’è perso il filo.


Eppure, per quanto strana fosse la continua crescita di Tom, Alan non mancava mai di stupirsi del fatto che i tuoi figli paiono avere sempre l'età giusta, l'età migliore per il massimo dell'amore. Quando hai una figlia di tre anni e osservi altri genitori con, mettiamo, figli di sette anni pensi una roba tipo: Cristo, come fanno a voler bene a quei giganteschi barbari? Eppure, quando tuo figlio compie sette anni quella sembra proprio l'età che dovrebbe avere. E lo stesso a dieci, a dodici e a venti.


Da bambini pensiamo che i grandi si aggirino per un boschetto soleggiato fatto di buonsenso e saggezza. A un certo punto ci rendiamo conto di quanto sia piccolo quel bosco, di quanto sia facile per chiunque uscirne per errore e ritrovarsi in un luogo selvaggio.

Il senso di una fine (Julian Barnes)

L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.


doveri umani e filiali, vale a dire studiare, superare gli esami, sfruttare il titolo di studio per trovarci un lavoro e infine mettere insieme una vita migliore di quella dei nostri ma senza provocazioni: i genitori avrebbero approvato paragonandola in cuor loro all'esistenza dei loro esordi, che era stata più semplice e quindi più nobile


Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?


Ken è medico; hanno due figli ormai, un maschio e una femmina. Le foto che tengo nel portafogli li mostrano sempre più piccoli di quanto non siano. Suppongo sia normale, per non dire filosoficamente tautologico. Ma ti ritrovi a ripetere «Crescono così in fretta, eh?» quando quello che intendi in realtà è: oggi il tempo per me scorre più veloce.


È solo che la nuova generazione non sente più il bisogno, e nemmeno il dovere, di mantenersi in contatto. Almeno non di «mantenersi in contatto» nel senso di «vedersi»


Inoltre dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente.


Margaret diceva sempre che le donne si dividono in due categorie: quelle dai contorni chiari e le portatrici di mistero. Era la prima cosa che un uomo percepiva, la prima cosa ad attirarlo o respingerlo. Certi sono attratti da un tipo, certi dall'altro.


certe donne non sono affatto misteriose ma vengono rese tali dall'incapacità degli uomini di capirle


Ci fu un momento quando ero ormai prossimo ai trenta, in cui dovetti riconoscere lo spegnersi definitivo di ogni ipotesi avventurosa. Non avrei mai attuato le imprese sognate da ragazzo. In compenso, tosavo il prato di casa, andavo in vacanza, facevo la mia vita.


era rimorso. Un sentimento che è più complicato, primordiale, indistricabile. La cui caratteristica essenziale è che non ci si può far niente: è passato troppo tempo, si è fatto troppo danno per chiedere ammenda


Da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera. Più tardi la memoria si riempie di toppe e brandelli.