21.1.21

L'invenzione di noi due (Matteo Bussola)



Una delle mie caratteristiche, ve ne sarete accorti, è quella di incantarmi a scovare il passato nel presente. Non è una forma di nostalgia, è piú una specie di gratitudine, la consapevolezza che la luce che viviamo oggi nasce in un tempo distante, a volte lontanissimo. Come quella delle stelle quando alziamo gli occhi verso il cielo. Un matrimonio funziona allo stesso modo soprattutto per le fasi critiche: gli effetti che un giorno ci investono possono essere la conseguenza di un’esplosione accaduta molti anni prima.

I colpevoli (Andrea Pomella)



Al culmine di tutto c’è una domanda: che significa perdonare? In termini logici il perdono si dà quando si ristabilisce uno stato di grazia perdonando un’offesa. C’è l’offesa, la comprensione e la grazia. E se manca uno di questi tre elementi non c’è perdono. Il cuore del perdono quindi è la comprensione. Per comprensione non s’intende capire le ragioni dell’altro, e quindi giustificare, ma rendere chiari a se stessi le contingenze che hanno reso possibile che l’altro c’infliggesse l’offesa. Ciò che è imperativo nel perdono, perciò, è la comprensione, qualcosa che assomiglia all’apprendimento di una nuova lingua, al tentativo di penetrare un mondo che prima ci era sconosciuto. Il perdono è niente senza la comprensione, ossia senza che l’offeso abbia attraversato questo territorio ostile e ignoto. Se l’offeso persevera per tutta la vita a trattenersi sul confine, contemplando il territorio nemico senza decidersi a oltrepassarlo, l’offesa resta intatta, e non ci sarà perdono. Il perdono quindi non dipende da chi ha offeso, ma da chi ha ricevuto l’offesa. E quanto piú l’offesa è stata grande, tanto piú sincero sarà il perdono. Il vero perdono può perdonare soltanto l’imperdonabile. Ecco perché tra offesa, comprensione e grazia manca ciò che la gran parte degli individui reputa un requisito indispensabile al perdono: il pentimento. Il vero perdono è esente dal pentimento. Se c’è pentimento da parte di chi ha offeso, anzi, non può esserci perdono, bensí compassione. L’atto dell’espiazione avvicina chi ha offeso a chi è stato offeso, riportando l’onta su un terreno imparziale.

20.1.21

Lo Zahir (Paulo Coelho)



Penso di rispondergli che questo genere di domande esula dalle indagini, ma mi serve la sua complicità, forse avrò bisogno di lui in seguito - in definitiva, esiste comunque un'istituzione invisibile di nome "Banca dei Favori", la quale mi è stata sempre molto utile.

Divorare il cielo (Paolo Giordano)



Una colpa atroce, per un genitore, quella di amare un altro piú del proprio figlio. E una condanna crudele, per quel figlio, scoprirsi secondo nel cuore di suo padre

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Sapevo che non esiste al mondo una solitudine piú profonda di quella di chi ha creduto e poi ha smesso di farlo

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Piú andavo avanti, piú incontrare le persone a distanza di tempo si rivelava uno strazio.

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è cosí che la vita sceglie. Sceglie senza scegliere





12.1.21

Le parole in bocca

Ho una ricetta per una visita specialistica con un nome davvero brutto. Più per placare la mia ansia di genitore che istintivamente si sente che qualcosa non quadra, il pediatra ci ha consigliato di prenotare una visita neuropsichiatrica infantile. A me questi paroloni fanno una paura tremenda.
Ho passato almeno venti minuti della mia vita a piangere in un angolo dello stanzino.
Per me dietro queste parole, prima di una diagnosi, c'è tutto il peggio che possa succedere, del perché proprio a me. Perché se fosse, evidentemente avrei la forza per sopportarlo, secondo quell'adagio che Dio dà gli abiti secondo il freddo. Ma questo è solo il pat pat che ci facciamo per andare avanti.
Eros, dagli occhi celeste, dal visino da bambola di ceramica, grande come un bimbo di tre anni e mezzo, agile come un gatto, coccolone e volitivo.
Eros, Eros, Eros.
Eros non parla, ma interagisce, si fa capire chiaramente a modo suo. Ti dicono che la colpa è del genitore che anticipa le sue richieste e lui non si sforza. E io rispondo, che minchia di richieste complesse potrà mai avere un bambino di due anni?
Prima non cagava, e a 5 mesi ce l'ha fatta. 
Poi non mangiava, voleva solo il latte; e quando gli altri bambini erano belli che svezzati, lui si può dire che partiva con le minestrine. Ora mangia, non tutto come un wc o come la sorella, però mangia. Un bambino normale, gusti semplici, come la maggior parte.
Eros a 2 mesi diceva mamma, a nove si sbracciava con grandi "ciao". Poi basta, siamo evoluti con mamma, papà, nonna, acqua, pappa, cacca, Ette (Ester), questo cos'è, quello là, e qualche parolina buttata lì una volta e poi basta. Eros ha 26 mesi. Sua sorella non era di quelle super chiacchierone ma sicuramente più lanciata. I suoi compagni di nido, che rabbia, pronunciano già frasi complete. Lui no, stadio larvale a confronto.
In mente ho lo spettro di mio nipote che è partito a tre anni, ora studia a medicina e parlare con lui è un piacere. Oppure del figlio della colf che ha iniziato a quattro anni perché italiano-romeno-ucraino e sai che casino tutte queste lingue in testa. E questi sono a lieto fine, di uno invece lo stiamo ancora aspettando: E. quasi 6 anni e niente, i genitori e neuropsichiatra dicono tutto ok, ma escono solo versi nonsense. 
Il pediatra mi diceva sta tranquilla, i parlatori tardivi si sbloccano verso i tre anni, ogni giorno però mi aspetto questa famosa esplosione del linguaggio. Ogni giorno è uguale a ieri. Mi sembra di vivere ferma al centro del mio insignificante mondo mentre tutto ruota e progredisce. Perché proprio a me? Perché proprio a Eros?