29.3.19

Io qui, tu là (Mauro Zucconi)

Ereditato da mio padre, questo spirito agonistico non solo mi fa vedere contese ovunque, ma oltretutto, nel momento in cui mi metto in testa di vincere una di queste contese, mi permette di arrivare a ingoiare quantità di merda incredibili, quantità di merda così grandi da farmi diventare un vero e proprio maratoneta affamato di merda il cui carburante sembra essere la merda medesima che la gente nemica radunata ai lati della strada gli tira in faccia per non farlo arrivare a tagliare il filo di lana. Da lì, io penso solo ad arrivare al traguardo, anche se poi alla fine, come primo premio, dopo tutta la merda di cui sopra, c’è uno che mi tira un pugno. Ma non mi importa, per me conta solo vincere.

Ci deve essere, e per me c’è stato ed è stato lì nell'ufficio del signor Pistone, un momento in cui smetti di vedere i tuoi genitori come due figure senza tempo, senza età, e cominci a vederli come persone per le quali il tempo scorre come per tutti, come per tutte le cose. E questo andrebbe anche bene se non fosse legato in modo terrificante al pensiero dello spegnimento progressivo, dell’esaurimento progressivo delle forze e della vita e delle persone stesse, in questo caso le persone a cui tieni di più e che ci sono sempre state e che hai sempre pensato eterne e presenti al punto da poterti permettere quasi di ignorarle, alle volte, come se il tempo a disposizione fosse illimitato e se anche non li vedi e non ci parli oggi, né domani, né dopodomani, né per tutta una settimana o un mese, potrai farlo comunque dopo. Ci sarà sempre un dopo dove potrai fare le cose che non hai proprio voglia di fare adesso, e appare chiaro, se uno ci pensa, che in realtà questo dopo non esiste.

Secondo me uno non pensa mai seriamente all'eventualità di essere stupido, perché se partissimo noi per primi a dare per scontato, invece di avere ragione, di avere torto, e invece di essere i più intelligenti, di essere i più stupidi, secondo me il mondo diventerebbe un posto di una vivibilità esemplare.

Se il punto in cui sei è un punto dove non avresti neanche sognato di arrivare, allora tutto quello che c’è stato prima ti ha permesso di arrivarci.

Ma ci sono molti più pazzi liberi di quanti non ce ne siano rinchiusi, i pazzi delle singole, infinite sfumature. La maggior parte della gente è pazza a questo modo, ovvero devi frequentarla una vita per capire che è pazza, e quando lo capisci è tardi e ormai sei pazzo anche tu. Ci vogliono mesi, anni per scovare la follia di persone apparentemente sane che fanno di tutto per sembrare sane ma che sono, in profondità, completamente pazze, e mentre stai a contatto con questa follia, questa follia ti contagia e questo produce un isolamento e in un certo senso ti porta a pensare che, alla fine, i pazzi devono stare con i pazzi e i sani con i sani.

Alla fine se uno ci pensa i momenti sono tutti degli spartiacque, e forse è meglio non pensarci, se no si rischia di restare paralizzati, come quel filosofo danese (se era danese). Ma in certi momenti la divisione è netta: il prima, quando ormai la tua vita è quella lì e basta. Il dopo, quando l’unica cosa che contava è cambiarla.

Ma la cosa giusta da fare, comunque, la fai raramente. E se la fai, non la fai quasi mai nel modo giusto, nel modo che se ci pensi anche dopo ti dici tutte le volte: “è stato perfetto”.

È difficile spiegare il perché delle cose inspiegabili che hai fatto, dopo che le hai fatte. Alla fine è una forma di vigliaccheria anche quella, credo

Perciò era fondamentale, per arrivare al buon umore successivo, essere di un umore disastroso, ecco perché non bisogna mai disperare quando si è infelici o arrabbiati, ma cercare di capire come si può utilizzare tutta quella sventura.

Per esempio noi Berri non litigavamo quasi mai e, quando succedeva, finiva sempre che durante il litigio, o poco dopo, uno dei due litiganti, tra un insulto e l’altro, una cattiveria e l’altra, non resisteva alla tentazione di fare una battuta e la faceva, e l’altro non resisteva alla tentazione di ridere e rideva, e il litigio era ufficialmente finito.

Io quando vedo una coppia che non ride mi viene una tristezza micidiale: le persone che non ridono e che non sanno ridere le vedo come delle persone depravate, e deprivate, persone a cui manca qualcosa. Come fa, dico io, un essere umano a prendersi così sul serio? Con tutto che ridere è una funzione naturale del nostro corpo e una delle poche qualità che ci distingue dalle bestie, insieme allo spazzolino elettrico.

Nessun commento:

Posta un commento