8.10.19

Le cravatte



Stamattina, mentre ero in coda al semaforo, in affanno e sudaticcia per la mia mattutina biciclettata disperata al timbra ore, sento il plin del telefono. Il papà di Elia è morto. Ciao, papà di Elia, non ci siamo mai conosciuti. Hai finito di soffrire, il tuo Purgatorio in terra è terminato. Gli scrivo un messaggino, il senso è che c’è poco da dire e tanto da riflettere per conto proprio. Capisco tutto: lo stordimento, l’incapacità di realizzare, il vivere monchi di qualcuno. Benvenuto tra gli orfani di almeno un genitore.

Mio padre se n'è andato il 20 agosto 2019. Per quanto mi fossi preparata, e lo avessi lasciato andare poco a poco negli anni, gli ultimi tre in particolare, la verità è che non si arriva mai pronti. Al momento ti puoi disperare, o ridere tanto. Io ho riso tantissimo mentre sceglievamo fiori, manifesti e tutto il resto, pure in camera ardente e al cimitero. Facevo ridere mia madre, mio fratello e la Ramona delle onoranze funebri.
Di lacrime ne avevo già versate prima, quando ho capito che ormai non c’era più nulla da fare se non accompagnarlo al suo ultimo atto. Ho pianto in vacanza mentre addormentavo Eros. Lacrime calde e silenziose. Ho pianto a singhiozzo con Ester; lei era atterrita ma non potevo fare di meglio, anche se il pianto di un genitore ti fa stare male, malissimo. Ho pianto sulla spalla di Giuseppe. Mi ha detto Sara, sei forte, lasciati andare. Ho pianto al collo di mio fratello, gli ho confessato che è stato un grande a seguirlo, mentre io vigliaccamente ho scelto di andarmene. Poi ho pianto con gli occhi gonfi e annebbiati al funerale, inginocchiata, con le voci dei ragazzini dell’oratorio. Che strano contrasto! Marina che esce a redarguirli ché ci vuole rispetto, e subito dopo rotola un pallone in chiesa dalla porta della sacrestia. E allora rido. Rido e piango.
Ho pianto nella stanza dove hanno spostato il suo corpo esanime e scheletrico, subito dopo la rianimazione. Ci siamo detti soffriva tanto, meglio così, ora sta sicuramente meglio. Non dobbiamo essere tristi per lui. Ho pianto a casa, davanti alla fila di cravatte mentre sceglievamo gli abiti per la bara. Lo sai che da piccola mi chiedeva a me quale doveva indossare quando uscivamo? E giù goccioloni e mia madre a tenermi su. Vedevo il suo fantasma ovunque. Non un fantasma vero, quello dei film per intenderci. Bensì spuntavano ricordi di lui da tutte le parti. Lo sentivo ancora lì. E ancora lo avverto in quella casa e mi aspetto di vederlo entrando nelle stanze.
Per quanto ci fossimo allontanati negli anni, e nonostante la malattia lo avesse completamente stravolto, impastandolo e tirandogli via tutto, lasciando solamente l’ombra di quello che era nel corpo e nell’anima, ecco, a me ora manca tantissimo. Mi manca mio padre, ma quello di quando ero piccola, adolescente e studentessa. Mi mancano quelle piccole attenzioni che aveva per la sua bambina, quelle che poi ho preso con forza e ho nascosto nelle pieghe dure del mio carattere per lasciare spazio al livore di non essere stato all’altezza dell’amore di cui necessitavo. Sai che gli ho augurato non so quante volte di morire nella rabbia più cieca? Che grandissima merda sono stata. Ed ero già genitore, ma forse è stata proprio questa condizione a far emergere ancora di più quel disperato bisogno insoddisfatto che avevo e che mai avrei voluto far provare ai miei figli.
La realtà è che ho ancora tanto su cui riflettere, tanto da tirare fuori da quell’enorme casino annodato dei miei sentimenti.

2 commenti: