15.2.20

Le otto montagne (Paolo Cognetti)

Alcune volte all’anno mia madre prendeva un treno il sabato mattina, tornava la domenica sera un po’ piú triste di quando era partita, poi si faceva passare la tristezza e la vita continuava. C’erano troppe cose da fare, persone a cui badare per coltivare malinconie.

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Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.

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La sera mia madre mi chiedeva dov’eravamo stati. – Qua in giro, – rispondevo scrollando le spalle. Davanti alla stufa le davo poca soddisfazione. – Hai visto qualcosa di bello? – Ma sí, mamma, il bosco. Lei mi guardava con malinconia, come se mi stesse perdendo. Credeva davvero che il silenzio tra due persone fosse l’origine di tutti i guai. – A me basta sapere che stai bene, – si arrendeva, lasciandomi ai miei pensieri

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Ma ormai avevo imparato a fare le domande degli adulti, in cui si chiede una cosa per saperne un’altra.

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Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei piú e metterti addosso una gran tristezza

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Stavo imparando che cosa succede a uno che va via: che gli altri continuano a vivere senza di lui.

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Cominciò a girarmi in testa quella frase, la sua unica fortuna è stata liberarsi di lui, e mi chiesi se fosse accaduto lo stesso a mia madre. Poteva anche essere, per come la conoscevo. Forse non proprio una fortuna, ma magari un sollievo. Mio padre era stato un uomo ingombrante. E prepotente, e faticoso. Quando era nei dintorni esisteva soltanto lui: il suo carattere esigeva che le nostre vite gravitassero tutte intorno alla sua.

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Allora spiegai che sugli altipiani non c’era abbastanza legna per cremare i cadaveri: il morto veniva scuoiato e lasciato in cima a una collina, perché lo divorassero gli avvoltoi. Dopo qualche giorno si tornava su, e c’erano solo le ossa. Teschio e scheletro venivano frantumati e impastati con burro e farina, cosí anche quelli diventavano cibo per uccelli.

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Eppure, fosse stato per noi, non ci saremmo sentiti per anni, come se la nostra amicizia non avesse bisogno di cure.

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Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e piú alta ha perso un amico.


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