21.1.21

I colpevoli (Andrea Pomella)



Al culmine di tutto c’è una domanda: che significa perdonare? In termini logici il perdono si dà quando si ristabilisce uno stato di grazia perdonando un’offesa. C’è l’offesa, la comprensione e la grazia. E se manca uno di questi tre elementi non c’è perdono. Il cuore del perdono quindi è la comprensione. Per comprensione non s’intende capire le ragioni dell’altro, e quindi giustificare, ma rendere chiari a se stessi le contingenze che hanno reso possibile che l’altro c’infliggesse l’offesa. Ciò che è imperativo nel perdono, perciò, è la comprensione, qualcosa che assomiglia all’apprendimento di una nuova lingua, al tentativo di penetrare un mondo che prima ci era sconosciuto. Il perdono è niente senza la comprensione, ossia senza che l’offeso abbia attraversato questo territorio ostile e ignoto. Se l’offeso persevera per tutta la vita a trattenersi sul confine, contemplando il territorio nemico senza decidersi a oltrepassarlo, l’offesa resta intatta, e non ci sarà perdono. Il perdono quindi non dipende da chi ha offeso, ma da chi ha ricevuto l’offesa. E quanto piú l’offesa è stata grande, tanto piú sincero sarà il perdono. Il vero perdono può perdonare soltanto l’imperdonabile. Ecco perché tra offesa, comprensione e grazia manca ciò che la gran parte degli individui reputa un requisito indispensabile al perdono: il pentimento. Il vero perdono è esente dal pentimento. Se c’è pentimento da parte di chi ha offeso, anzi, non può esserci perdono, bensí compassione. L’atto dell’espiazione avvicina chi ha offeso a chi è stato offeso, riportando l’onta su un terreno imparziale.

Non sono tagliato per le formalità. Se dipendesse da me mi alzerei dal divano e direi ciao, uscendo dalla porta senza voltarmi indietro. Ma so che non basta, so che non è ammesso, perché la società umana richiede convenevoli

C’è un momento originario dunque che è rappresentato dalla fiducia del figlio nei confronti del padre (la cosiddetta «fede animale»); c’è uno scandalo (il tradimento); e c’è l’inizio della vita vera e propria (il tempo della coscienza e delle responsabilità). Secondo Hillman

Mi stavo affezionando al mio dolore, come ci si affeziona a certi difetti fisici e caratteriali.

A volte ho la sensazione che non vivo, resisto. Non cedo all’urto, sto saldo dalla mia parte. Si può scegliere una vita di resistenza se è per tenere a sé qualcosa di buono che ci sta a cuore. Ma io cosa mi sto tenendo?

La mia inettitudine deriva dall’idea che vivere, riducendo la questione all’osso, è uno smisurato atto di sopportazione.

La messa in discussione delle proprie origini è la messa in discussione di se stessi, prima ancora che di ogni altra cosa, ossia il pericolo piú grande che un uomo possa affrontare rischiando di uscirne distrutto.

Io devo rassegnarmi a essere ciò che sono, ossia un impiegato, colui che si infligge le cento galere quotidiane con una razionalità, un metodo, una logica cristallina, una reiterazione ossessiva, giorno per giorno. Il resto, piú o meno, è un passatempo consapevole.

Nessun commento:

Posta un commento