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8.2.22

39/365 (8 Feb) L' Arminuta (Donatella Di Pietrantonio)



Qualcuno aveva attaccato al banco dove stavo per sedermi un’etichetta invisibile con il soprannome che in paese usavano dopo il mio rientro in famiglia. Ero l’Arminuta, la ritornata.

Di notte credevo di sentire Vincenzo che si muoveva tra le lenzuola e allora la morte era stata solo un sogno o uno scherzo riuscito. In alcuni momenti era il suo odore così certo a diffondersi nella camera. Quanta durezza nel ritorno alla realtà dell’assenza, poi.

oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

 E qual è il suo vero nome? – ho domandato. – Non me lo ricordo, ma tanto in campagna i grandi li devi chiamare zii anche se non ti sono niente, si usa cosí.

– Il destino è una parola da vecchi, non puoi crederci a quattordici anni. E se ci credi, lo devi cambiare. È vero che non sei uguale agli altri, nessuno ha la tua forza.






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