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13.2.22

44/365 (13 Feb) Livelli di vita (Julian Barnes)


Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia. Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga, ma non ha importanza. Il mondo è cambiato lo stesso.


Forse il mondo non progredisce maturando, bensí mantenendosi in uno stato di perenne adolescenza, di emozionata curiosità.


Osservare noi stessi da lontano, rendere il soggettivo all’improvviso oggettivo: è questo che continua a procurarci uno shock mentale
Siamo creature destinate al piano orizzontale, a vivere coi piedi per terra, eppure – e perciò – aspiriamo a elevarci. Da spettatori terragni quali siamo, qualche volta ci è dato di raggiungere gli dèi. Alcuni di noi lo fanno attraverso l’arte, altri con la religione; nove su dieci, con l’amore. Ma se è vero che possiamo elevarci, allo stesso modo rischiamo di precipitare. Non sono molti gli atterraggi morbidi. Ci può succedere di rimbalzare sulla terra, trascinati da una violenza spaccaossa che ci abbatte lungo una linea ferroviaria straniera. Ogni storia d’amore è potenzialmente anche storia di sofferenza. Se non subito, in un secondo tempo
Ma allora perché non facciamo che ambire all’amore? Perché l’amore è il punto d’incontro fra verità e prodigio.


Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Piú avanti, tra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Piú tardi ancora – se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) – si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo.


personalmente amavo il pensiero della nostra lunga esistenza insieme: quando le cose si fanno piú lente e tranquille, quando la memoria diventa una collaborazione.


Anche il lutto, come la morte, è banale e unico al tempo stesso. Permettetemi quindi un paragone banale. Chi cambia la marca dell’auto, all’improvviso nota quante altre vetture di quella marca circolino sulle strade. La loro presenza colpisce come non era mai accaduto prima. Chi rimane vedovo, all’improvviso nota tutti i vedovi e le vedove che lo avvicinano. Erano stati piú o meno invisibili, fino a quel momento, e continuano a esserlo, infatti, per i non vedovi, come le auto per gli altri automobilisti.


nel momento del dolore niente è vissuto come ovvio


Nessun dolore può gettar luce su un altro, ma due dolori possono sovrapporsi. Esiste perciò una sorta di complicità tra i dolenti. Tu solo sai quello che sai – anche se si tratta soltanto di sapere che si sanno cose diverse. Hai attraversato la superficie di uno specchio, come in certi film di Cocteau, e ti sei ritrovato in un mondo riorganizzato in termini di logica e di schema.


Mi sono reso conto ben presto di come il dolore selezioni e riposizioni le persone che circondano il dolente; di come metta alla prova gli amici; di come qualcuno risulti promosso, e qualcuno bocciato.
La rabbia si può trasferire invece sugli amici. Per la loro incapacità di fare o dire le cose giuste, per un’indesiderata invadenza, o un’apparente froideur. E poiché i dolenti sanno di rado che cosa vogliono o di cosa hanno bisogno, ma solo cosa non vogliono, le reciproche offese sono all’ordine del giorno. Certi amici sono spaventati dal dolore non meno che dalla morte; ti evitano come se temessero il contagio. Altri, senza saperlo, quasi si aspettano che sia tu a sobbarcarti anche il loro cordoglio. Altri ancora sfoderano uno smagliante senso pratico.


Naturalmente, i Sacerdoti del Silenzio come i dispensatori di consigli dovevano provare a loro volta dolore, o magari rabbia che forse riversavano su noi, anzi su di me. Può darsi che avessero voglia di dirmi: «Il tuo dolore ci mette a disagio. Aspettiamo solo che passi.


Un’altra cosa che non sai è che impressione gli altri hanno di te. Non è detto che quello che provi coincida con quello che appare. Vediamo che cosa provi. Ti senti come se fossi precipitato da un’altezza di qualche centinaio di piedi, senza mai perdere i sensi, e fossi atterrato in un’aiuola di rose con tale violenza da ficcarti a terra fino alle ginocchia, mentre lo shock dell’impatto ti ha spappolato gli organi interni scaraventandoli fuori dal corpo. Ecco, questo è ciò che provi; perché mai dovrebbe apparire qualcosa di diverso? Non sorprende dunque che qualcuno cerchi di deviare la conversazione su un argomento piú rassicurante. Anzi, è possibile che non si tratti di evitare lei, né la morte, bensí di evitare te.


I dolenti si arrabbiano quando gli altri evitano i fatti, la verità, perfino il semplice uso di un nome. Ma loro stessi, quanta verità raccontano, e quanto si rendono complici dell’evasione? Perché le verità nelle quali sono precipitati, non solo fino alle ginocchia, ma fino al cuore, al collo e al cervello, sono a volte indefinibili; o, sebbene definibili, ineffabili.


L’amore può anche non portarci dove pensiamo o speriamo ma, comunque vada, dovrebbe renderci piú responsabili e veri. Se cosí non è – se non sortisce effetti etici – allora è solo una forma particolarmente intensa di piacere. Il dolore invece, che ne è l’opposto, non sembra occupare uno spazio morale. La posizione difensiva, fetale che ci costringe ad assumere se vogliamo sopravvivere, esalta il nostro egoismo. Non ci innalza, non ci porta a vedere le cose dall’alto. Ci rende sordi al suono delle nostre vite.


Mi assicurava che al dolore si sopravvive; che, anzi, se ne esce «piú forti» e, per certi versi, «migliori». Mi parve un’affermazione presuntuosa e indegna (oltre che troppo avventata). Come avrei mai potuto essere migliore senza di lei che con lei? In seguito, mi sono detto: sta solo ripetendo la massima nietzschiana secondo cui quello che non uccide, fortifica. Sta di fatto che quell’aforisma mi ha sempre lasciato molto perplesso. Ci sono tantissime cose che non ci uccidono ma ci indeboliscono una volta per tutte.


C’è la questione della differenza tra lutto e dolore. Si può tentare di distinguerli dicendo che il dolore è uno stato, mentre il lutto è un processo; ma è inevitabile che si sovrappongano.
Il dolore è verticale – e vertiginoso –, il lutto è orizzontale. Il dolore ti rovescia lo stomaco, ti toglie il respiro, riduce l’apporto di sangue al cervello; il lutto sospinge in una direzione nuova


È questo che spesso chi non ha attraversato il tropico del dolore fatica a capire: il fatto che una persona sia morta può volere dire che non è viva, ma non che non esiste. Perciò io le parlo continuamente.


Elaborazione del lutto. Sembra un lavoro talmente chiaro e concreto, nella combinazione dei due sostantivi. Invece è sfuggente, sdrucciolevole, metamorfico. A volte si presenta in forma passiva, come l’attesa della scomparsa di tempo e dolore; altre volte è attivo, una concentrazione deliberata su morte, perdita e persona amata; a volte ricorre necessariamente alla distrazione (la blanda partita di calcio, l’iperbole della lirica). Ed è un genere di lavoro che non avevi mai fatto prima. Non è retribuito, ma non è nemmeno volontario; è rigorosissimo, anche se non ti sorveglia nessuno; è qualificato, ma non esiste tirocinio possibile. Ed è difficile dire se stai facendo progressi, o stabilire che cosa potrebbe aiutarti a farne.


… [La gente dice] che ne uscirai… E ne esci, in effetti. Ma non come esce un treno da una galleria, emergendo nel sole sui colli dei Downs e sferragliando in discesa verso la Manica; ne esci come un gabbiano da una marea nera; sporco di petrolio e incatramato per sempre.


Quando tornano piacere e allegria, sebbene tu riconosca che l’allegria si è fatta piú fragile e che l’attuale piacere non ha paragone con la gioia passata. Quando il dolore è «soltanto» ricordo del dolore, ammesso che ciò sia possibile. Quando il mondo torna a essere «soltanto» il mondo e hai la sensazione che la tua vita si svolga di nuovo sul piano orizzontale, con i piedi per terra.

A volte, vuoi continuare ad amare il dolore.







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