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25.2.22

56/365 (25 Feb) Niente di vero (Veronica Raimo)

 


Ero costantemente alla ricerca di un modo per scappare di casa, ma troppo pigra per trovarmi un lavoro e permettermi l’affitto di una stanza. Il pensiero della fuga è sempre elettrizzante, la sua gestione un po’ meno.

Questa è la mia teoria: basta lasciarlo lavorare in pace e il diavolo fa sia le pentole che i coperchi.

– Hai mai provato con l’agopuntura? Qualsiasi cazzata possa inventarmi nella vita, c’è sempre chi mi fa questa domanda. E comunque no, non ho mai provato l’agopuntura, ma ringrazio per il consiglio e mi segno il nome e il numero di telefono di una dottoressa cinese che fa miracoli.

Mio padre invece urlava in continuazione. Era il suo tono di voce. Una persona è definita collerica se cede facilmente alla collera, ma se la collera è il suo stato permanente, l’effetto tende a essere ammortizzato. Non è che si può ricordare tutto il tempo a un cieco di non vederci. Noi ci eravamo abituati e non ci facevamo più caso

Forse è perché non sono mai riuscita a usare espressioni come «il mio compagno», «il mio ragazzo», «il mio uomo», «il mio partner», «il mio fidanzato». Il punto è che mi sono sempre sembrate delle forme di ostentazione, uno statement, come a dire: «Io ce l’ho, e tu?» Dato che continuo a sentirmi a disagio nell’usare quelle espressioni, ho sempre chiamato per nome di battesimo la persona con la quale ho convissuto per quattordici anni, e qui la chiamerò A. Non so dire se sia giusta la teoria di mio fratello, e se davvero io non abbia alcuna idea della coppia, ma proprio per questo so che A. resterà nella mia vita, perché le coppie – di qualunque cosa si tratti – smettono di esistere, le persone no.

invece era l’idea di mondo di mio padre: non chiedere e non accettare mai niente da nessuno

Una mia amica qualche tempo fa mi ha chiesto: – Ma perché i romanzi italiani parlano tutti di legami famigliari? Visto che io stavo scrivendo questo libro ho elegantemente glissato. Poi però è arrivata la seconda stoccata. – E c’è sempre un lutto. Pare che l’hanno scoperta loro la morte.

A volte scriviamo non per elaborare un lutto, ma per inventarlo.

Comunque chi l’ha detto che avere un talento sia meglio che non avercelo? Se mi chiedessi ora cosa so fare, sprofonderei nello stesso imbarazzo dei miei vent’anni, ma se c’è qualcosa che ho capito da allora è che temo la verità più della morte»

Se la gente leggeva i nostri scritti e non si accorgeva della truffa, non è perché i nostri stili si assomigliassero o perché fossimo abili camaleonti, ma perché in fondo a nessuno fregava nulla. In un certo senso era terapeutico, una forma di spersonalizzazione, di ridimensionamento dell’io.

Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi, è già sparito. Non mi resta l’assenza, ma la perplessità. Scusate, non mi ricordo più. Cos’è che dovevo vedere? Non so dove trovare la risposta, perché a quel punto è svanita anche la domanda. A volte mi chiedo se l’indeterminatezza costante in cui vivo dipenda da una mia caratteristica innata: non mi riconosce nessuno.

– Sono orrenda. – Però è una bella foto. Me l’ha sempre detto con una schiettezza disarmante, e quindi più dolorosa. Eravamo entrambi affetti dalla nostra personale disabilità visiva: lui non vedeva me e io non vedevo la sua foto.

Qualche tempo fa vidi a Berlino uno spettacolo teatrale che parlava dei corpi dispersi. Madri di desaparecidos argentini, madri del Centroamerica che cercano i figli scomparsi nell’attraversamento del Messico, madri curde che protestano contro il PKK colpevole di prelevare e arruolare la loro prole in maniera coatta. L’importanza di avere un corpo da riabbracciare o, nel peggiore dei casi, da seppellire. Un corpo da poter piangere. Un corpo a cui tornare. I volti distrutti, annientati, di queste madri che avevano cercato per anni un corpo e che si ritrovavano soltanto di fronte alla sua assenza. La morte è atroce, ma l’impossibilità del lutto è disumana.

Eppure come si fa a riconciliarsi con qualcosa o qualcuno se i propri ricordi sono sfumati? Se mutano nell’atto stesso di formarsi?



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