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9.3.22

68/365 (9 Mar) Ian McEwan - Cortesie per gli ospiti


Non era più una grande passione. Il piacere stava soprattutto nell’amichevole mancanza di fretta, nella familiarità dei rituali e delle procedure, nel sicuro, preciso incastro di membra e corpi, confortevole, come un calco di gesso che torna nella forma. Erano generosi e voluttuosi, scarsamente esigenti, e per nulla rumorosi.

A tredici anni, quando era ancora una ragazzina coscienziosa e puntuale, sempre formicolante di idee per migliorarsi, Mary teneva un quaderno dove, ogni domenica sera, scriveva i suoi propositi per la nuova settimana. Erano compiti modesti, raggiungibili, ed era consolante annullarli con un visto man mano che passavano i giorni; studiare il violoncello, essere più gentile con sua madre, andare a scuola a piedi per risparmiare i soldi del pullman. Avrebbe desiderato una consolazione simile adesso, che il tempo e gli eventi fossero almeno parzialmente sotto controllo. Passava come una sonnambula da un momento all’altro, e interi mesi trascorrevano senza memoria, senza recare la più tenue traccia della sua volontà cosciente.

– L’inglese, – disse Robert, – è una lingua bellissima, piena di malintesi.

Oggi tocca a te aver cura di me –. Parlò attraverso uno sbadiglio. Lui le massaggiò la nuca. – Vorresti dire che ieri tu hai avuto cura di me? Lei annuì e chiuse gli occhi. Faceva parte della loro routine che a giorni alterni ciascuno avesse cura dell’altro, ed entrambi ci mettevano il massimo impegno.

Una conseguenza del fatto di conoscersi così bene era che Mary e Colin spesso si ritrovavano a fissare la stessa cosa senza fare commenti

Tornarono ai genitori; quali caratteristiche delle rispettive madri, e quali dei padri, avevano ereditato: in che misura il rapporto fra padre e madre aveva influenzato la loro vita, i loro rapporti con gli altri.




 

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