Pagine

Informazioni personali

16.3.22

75/365 (16 Mar) Staccando l’ombra da terra (Daniele Del Giudice)

La corsa di decollo è una metamorfosi, ecco una quantità di metallo che si trasforma in aeroplano per mezzo dell’aria, ogni corsa di decollo è la nascita di un aeroplano, anche questa volta l’avevi sentita così, con lo stupore di ogni metamorfosi; verso la fine della trasformazione e della pista senti che l’aeroplano prorompe, non è più terrestre, troppi sobbalzi, troppe imbardate di qua e di là, a terra non lo tieni più, meglio volare che correre così, aspetti solo che diventi definitivamente un aeroplano, vorresti che lo fosse già

La voce di Bruno alla radio ha sempre una filatura d’incertezza e di preoccupazione, te n’eri già accorto ascoltandola in torre una volta con l’operatore, Bruno si affaccia alle parole con prudenza e da chissà dove, come se le parole andassero usate in casi eccezionali e quando proprio non si può fare diversamente;

solo l’illusione della continuità ci permette di credere che il bambino e l’adulto che ne consegue siano la stessa cosa, due stadi della medesima unità, mentre l’infanzia non si sviluppa, cade semplicemente come i denti da latte, rimpiazzata da un impasto di nuova polpa, trama d’avorio e smalto, simile ma non più la stessa; il bambino e l’adulto sono due diversi generi della natura, due differenti specie e appartenenze

Ma a poco a poco, perfino la lingua più operativa comincia a restituire qualcosa alle parole e al senso comune, probabilmente nel momento della sua piena maturità, o della sua piena diffusione, o all’inizio del suo declino. È come se liberasse qualcosa che era custodito al proprio interno, nascosto nella sua operatività, idee di comportamento e orientamento, percorsi della mente e della percezione, sentimenti; è come un lento ritorno alla lingua madre

Il Settantanove, l’aeroplano, un vero gioiello, uno splendido trimotore Savoia Marchetti, formidabile incassatore di colpi della contraerea, una macchina dall’aria cattiva, una di quelle macchine che già nella forma hanno qualcosa di corsaro, e un po’ corsari lo eravamo anche noi, costretti alla guerra di corsa dalla disparità di mezzi, dalle circostanze, dalla dabbenaggine di chi ci mandò in quel conflitto nel Mediterraneo secondo la migliore tradizione italiana, talento individuale e nessuna struttura alle spalle.

in quel ventre di metallo e tela ho conosciuto il terrore, ho sofferto nel corpo, ho visto morire persone cui volevo bene, era la mia gioventù, mesi che valevano anni, anni che valevano decenni, tutto così intenso, tutto così irreale.

come nell’esempio classico del libero arbitrio, due persone convergono inconsapevoli verso il medesimo angolo di strada, qualcuno a una finestra le vede avvicinarsi e prevede l’urto ma non può evitarlo, il destino è una veggenza senza possibilità d’azione.

L’aereo aveva qualcosa di balistico, potevi andare ovunque ma il volo compiva comunque il suo destino, e quel destino era sempre da terra a terra, in qualunque forma corporea ci arrivassi.

mi sarebbe difficile attribuire al volo qualcosa di eroico o di mistico, il volo è soltanto una scienza del fare, della correttezza e dell’errore, della posizione e del comportamento.

L’aereo non è come la nave che trasferisce le leggi morali della terraferma in una giurisdizione autonoma e ristretta, mettendole alla prova in modo estremo, l’aereo non conserva nulla della terra e della casa, in una nave si dorme, si ozia, si trama, c’è il tempo lungo della bonaccia, le attese afose nei porti, in aereo non c’è nulla delle consuetudini quotidiane, le sole regole che valgono sono regole dell’aria, regole operative. Si commettono errori, ma quasi sempre di ordine tecnico, difficilmente di ordine morale. Perché l’animo umano possa svelare la propria tenebra, per l’abiezione e le bassezze, ci vuole spazio, ci vuole tempo, e nell’aereo c’è troppo poco dell’uno e dell’altro, insomma, in volo si è temporaneamente privati del proprio Male che tace allibito di fronte alla proceduralità del tutto. Nel volo anche se uno si sforza di tirar fuori il peggio di sé è implacabilmente condannato a una certa nobiltà di spirito.

«Non conosco nulla di piú tragico del ritardo. Un compagno non atterra all’ora prevista. Un altro che doveva arrivare, o segnalarsi con un messaggio, resta muto. E quando sono passati dieci minuti, che nella vita ordinaria non darebbero nemmeno l’impressione di aver atteso, d’improvviso tutto si irrigidisce. Il destino ha fatto la sua apparizione. Tiene degli uomini in suo potere. Su di loro è stata pronunciata una sentenza. Il destino ha già giudicato e noi tratteniamo il respiro».




Nessun commento:

Posta un commento