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22.3.22

81/365 (22 Mar) Oliva Denaro (Viola Ardone)


Poi ci voltò le spalle e se ne tornò in casa borbottando nella sua lingua d’origine, il calabrese cosentino, che è diverso dal siciliano. Lo parla sempre quando ha i nervi intorcinati per non farsi intendere da noialtri e si lamenta di essersene venuta qua al Sud.

«Una vita da sbrigugnàta», mi rimbombava dentro la testa questa frase. Non l’avevo pensata io, ma qualcun altro al posto mio. Uno dei maschi dentro al capanno che ridevano in modo sguaiato, e che magari le avevano fatto il fischietto mentre attraversava la piazza, oppure una di quelle donne che dicono solamente cattiverie sul conto degli altri, le maleforbici. Io sono diversa, pensai, ma loro sono dentro di me. Io sono Oliva Denaro, e sono pure loro: la vecchia sdentata seduta accanto a me dentro al capanno, le comari vestite di nero radunate per il rosario, le compagne di scuola con le gonne lunghe e gli occhi bassi, Crocifissa che si vanta di avere il marchese. Sono anche mia madre, e un giorno diventerò come lei senza nemmeno avere il tempo di accorgermene. Galline, siamo noi, femmine di pollaio. E io non sono favorevole al pollaio.

Certe parole le avevo sempre sentite a mezza voce come una cantilena a cui non davo ascolto. Ora erano state pronunciate per pungere me. Per tanti anni erano state un sottofondo ai miei giochi di bambina e adesso erano uno sciame di vespe che mi attaccava. Aveva ragione la maestra Rosaria: le parole sono armi. Non solo quelle difficili, anche quelle ordinarie, che ballano in bocca agli ignoranti.

Non sono abituata a sapere che cosa voglio.

Un no, da solo, può cambiare una vita, e tanti no messi insieme possono cambiare il mondo.

La vita per gli altri riprende come se nulla fosse accaduto. Era tutto semplice, prima, anche per me! Cozzare di stoviglie, pensieri che vanno e vengono, giorni che scorrono comodi nella lenta noia, invece di questa paura che mi agguanta ogni mattina appena apro gli occhi e tante volte mi tiene compagnia anche la notte.

Cosa altro possiamo chiedere per i nostri figli, se non che un giorno ci superino senza vederci e passino oltre, diretti verso la loro strada?

Hai voglia a lasciare il paese, è il paese che non lascia mai te.

Ci siamo piantati in un altro terreno come due rami spezzati, ho messo su l’orto con le talee che avevo tagliato dal precedente. Le piante nuove sono cresciute, invece ai cristiani hai voglia a darci acqua e calore, la nuova radice non scava mai a fondo come la vecchia, ti pare? Chi sta nella terra rimpiange la sua, anche quando gli diventa straniera.

È così con le paure: sono porte che esistono solo fino a quando non abbiamo il coraggio di attraversarle.

Tutte le parole che avrei voluto dire mi affogano in gola, l’uomo con cui ho combattuto per tanto tempo non è esistito che dentro ai miei incubi, e quello che ho davanti non merita neanche di essere il mio avversario.






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