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28.3.22

87/365 (28 Mar) Il ballo delle pazze (Victoria Mas)


Tornata nel suo modesto monolocale ha riscaldato una minestra e l’ha bevuta silenziosamente seduta sul bordo del letto spartano alla luce di una lampada a olio, poi è andata a mettersi dieci minuti alla finestra come ogni sera. Immobile ed eretta come se indossasse ancora lo stretto camice di servizio, osserva la strada dall’alto, imperturbabile come una vedetta su un faro. Non lo fa per contemplare le luci della via o perdersi in fantasticherie, non possiede quel tipo di romanticismo, si limita a usare quel momento di pace per seppellire la giornata trascorsa tra le mura dell’ospedale. Apre la finestra e fa disperdere nel vento tutto ciò che la accompagna dalla mattina alla sera, le facce tristi e ironiche, gli odori di etere e di cloroformio, il rumore dei tacchi sul pavimento, gli echi dei gemiti e dei lamenti, il cigolio dei letti sotto corpi agitati. Non pensa alle alienate, si stacca soltanto dal luogo. Le alienate non le interessano. Nessun destino la commuove, nessuna storia la turba.

Dopo l’incidente in cui è incappata ai suoi esordi come infermiera, ha rinunciato a vedere persone dietro le pazienti.

Eugénie guarda il fratello e sorride. L’ironia è l’unica cosa che hanno in comune. Sebbene non siano legati da un particolare affetto, nessuna animosità li divide. Più che fratello e sorella, si sentono due conoscenti che hanno un rapporto cordiale e vivono sotto lo stesso tetto.

La Salpêtrière è un deposito per tutte quelle che disturbano l’ordine costituito, un manicomio per tutte quelle la cui sensibilità non corrisponde alle aspettative, una prigione per donne colpevoli di avere un’opinione.

Tuttavia la pazzia degli uomini non è paragonabile a quella delle donne, perché gli uomini la esercitano sugli altri, mentre le donne su se stesse.

Spesso si percepisce un dualismo tra la voglia di crederci e la paura, paura che di solito conduce al rifiuto di crederci, perché è molto più comodo e meno impegnativo non riempirsi la testa di pensieri del genere.

poche cose fanno male come veder invecchiare i propri genitori, constatare che quella forza, un tempo incarnata da persone che pensavamo immortali, ha lasciato il posto a una fragilità irreversibile.



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